Se questo è un uomo

Se questo è un uomo

Internato il 13 dicembre 1943 nel campo di concentramento di Carpi-Fòssoli, l’ebreo torinese Primo Levi, laureato in Chimica nonostante la promulgazione delle leggi razziali, raggiunge Auschwitz nel febbraio del 1944. Dal viaggio ferroviario che lo porterà in Polonia, la sua vita cessa di essere qualcosa di prettamente personale, e diviene la matrice della bassezza dell’uomo: distaccato nel lager di Buna-Monowitz - dove rimarrà fino alla liberazione - viene inizialmente costretto a lavori di manovalanza e in seguito impiegato in laboratorio grazie alla sua professione. Nel gennaio del 1945 si ammala di scarlattina e riesce così a salvarsi la vita: verrà abbandonato nel campo come un moribondo, mentre la civiltà crolla in tutta Europa assassinata da un germe che è il primordio del tumore...

Non c’è alcunché di lineare nel pensiero che si sforza di comprendere al meglio e nella maniera più umile l’esperienza di Primo Levi nel Lager di Auschwitz. Porsi delle domande, smuovere il proprio contrimento alla causa antifascista, indignarsi per conto terzi sono azioni poco costruttive al fine di consolidare la memoria storica europea. L’unica realtà plausibile è continuare a leggere, documentarsi e studiare la materia dell’Olocausto e tutto ciò che concerne l’orrore del genocidio programmato - perché ciò non si ripeta. Essenziale non è comprendere, ma ricordare. In tal senso è toccante il ricordo di Philip Roth, che conosceva bene l’esperienza di Levi: mai come in questo caso i motivi del suicidio risiedono nel vissuto, nelle cicatrici riportate dopo l’internamento, nella necessità vitale di essere testimoni d’una tragedia così grande e al contempo nell’incapacità fisica di sopportare tale onere. La morte, scansata per anni proprio quando lo accompagnava a braccetto ogni giorno, divenne invece la sua amante prediletta nel momento in cui decise di abbandonarlo. Come molti e ispirati suoi simili letterari, Se questo è un uomo stupisce per la sua semplicità e concretezza, per il suo incedere senza intoppi pur mantenendo sempre una scrittura personale e ondivaga. Questo è l’occhio preferito per sbirciare nell’anima della storia, considerare Levi come un semplice scrittore e questo romanzo come un folgorante esordio letterario: da qui è possibile, ci è concesso criticarlo e farlo nostro, poco importa che sia il ‘47 o il 2010. Possiamo chiederci ora come è stato possibile sviscerare un talento così alto da un dolore ancora più pressante e inimmaginabile, in quanto modi possa essere letta la sua opera (e non solo questo romanzo) e in quanti modi sia stata realmente scritta: le correzioni, le pagine strappate e che mai vedranno la stampa. Quante ne scriveremo noi, di queste pagine. Proviamo a pesare il nostro peso in questa tragedia, a valutare le nostre colpe riscrivendo questo documento fondante per il nostro futuro, perché nessuno senta mai più la necessità di testimoniare. Ed accorgerci, infine, che ciò non sarà possibile.



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