Segreti e speranze

Segreti e speranze
Al funerale della prozia Gertrude, proprio nel bel mezzo del sermone, Trudy Williams si contorce in uno sfregare di calze extralarge e lotta contro lo stimolo di andare al bagno. Sa benissimo che Gert non avrebbe approvato tutto quel movimento: se resuscitare dal mondo dei morti fosse possibile, la prozia si sporgerebbe dalla bara per lanciarle uno dei suoi sguardi caustici. Quando Trudy si decide infine a lasciare la propria panca e a chiudersi nel bagno delle signore, ecco che le voci delle cugine Betsy e Marty la raggiungono da dietro la porta del cubicolo. Tra un tiro di sigaretta e l’altro le sorelle si lanciano nella solita serie di chiacchiere e pettegolezzi. Trudy sta quasi per uscire e rimproverare le cugine, quando sente fare il proprio nome. Quello che ascolta non solo le rivela segreti che mai si sarebbe aspettata di trovare nella sua perfetta famiglia, ma la pone anche davanti ad un bivio: rimanere la “povera Trudy” di sempre o decidere una volta per tutte di prendere in mano la propria vita e farsi rispettare. Quando poi dall’aldilà la zia Gert le lascia in eredità una vecchia casa e un vicino dagli occhi azzurri che somiglia un po’ ad Harrison Ford, Trudy non ha più dubbi su quale delle due strade scegliere...

La traduzione un po’ romanzata in Segreti e speranze dell’originale The Ladies’ Room - il bagno delle signore, appunto – rappresenta il primo di tanti piccoli difetti che fanno di questo libro quello che in effetti è: una storiella rosa per tenere impegnate le lettrici tra un bagno al mare e una passata di crema solare. L’altisonante scelta del titolo fa credere al lettore di avere per le mani un feuilleton di dickensiana memoria o le vicende di una Lizzy Bennet contemporanea. La storia di Trudy invece, per quanto non priva di quella verve che finisce per farci schierare dalla parte della protagonista, inciampa in luoghi comuni e situazioni già lette. Questo non solo appesantisce la lettura, ma finisce per rendere prevedibili anche quelli che Carolyn Brown vorrebber far passare come colpi di scena. I personaggi sono monodimensionali, tanto che anche coloro che durante il romanzo sono sottoposti ad un persorso di crescita risultano macchinosi e poco credibili. I dialoghi poi sono un tentativo mancato di ricondurre situazioni comuni come un litigio madre-figlia a massime filosofiche (“Un giorno crescerai. Ma fino ad allora, ti auguro di vivere una vita splendida e sappi che ti voglio bene”) o un’insieme di riflessioni random che accostano Shakespeare a dolciumi da festa di paese (“Per chiunque altro sarebbe stata una serata noiosa. Per me era fatta della stessa materia di cui erano fatti i sogni e lo zucchero filato”). Quel che rimane alla fine è solo una domanda: gli Americani bevono altro oltre a the freddo e Coca Cola e consumano alimenti che non rientrino nella trinità cheesecake-sandwich con maionese-carne alla griglia?

 

 

 

 
 
 
 

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