Seguendo l’equatore

Seguendo l’equatore
Il punto di partenza è Parigi, dove Mark Twain ha vissuto per un po’. Salpa alla volta dell’America, e là fa alcuni rapidi preparativi. Due membri della famiglia scelgono di seguirlo. Anche un carbonchio. Dice il dizionario che è un tipo di pietra dura. L’umorismo non è di casa, nei dizionari. Partono da New York verso ovest, di mezza estate. Una gran sudata: gli ultimi quindici giorni non sono altro che fumo soffocante, perché in Oregon e nella Columbia britannica le foreste vanno a fuoco. Dopo quaranta giorni a passo di lumaca attraverso il continente finalmente salpano, su un increspato e scintillante mare d’estate; tre settimane di vacanza praticamente ininterrotta. Tutto il Pacifico dinnanzi, e niente da fare se non stare in panciolle…
Nell’antica Grecia per debiti si finiva schiavi. Millenni dopo e molti chilometri più un là non è che le cose fossero molto diverse. Mark Twain, a causa di un investimento a dir poco sbagliato, si ritrova sull’orlo della bancarotta e quindi intraprende un viaggio intorno al globo, una sorta di tour, un ciclo di conferenze tramite le quali raggranellare il denaro necessario per rendere quanto dovuto. Da questa esperienza trae il libro in questione, un resoconto godibilissimo, agile, sentenzioso, che rispecchia appieno ed esalta il suo stile. L’imperialismo pare non aver confini, così come l’arroganza degli uomini: Twain squarcia il velo su razzismo, soprusi, violenze, meschinità, zelo missionario o presunto tale, con sguardo acuto e voce chiara.

 

 

 

 
 
 
 
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