Sei la mia vita

Sei la mia vita

Lungo una serie di lente curve tra i boschi, un regista si spoglia dei propri ricordi per regalarli al suo uomo. Ripercorre per lui gli anni formidabili della libertà assoluta, dell’esplorazione di sé, della capacità di innamorarsi di una persona e non del suo genere, dell’amore fulminante per il cinema. E poi la malattia che ha portato via così tanti uccidendo insieme a loro la gioia, il coraggio e la sfrontatezza di chi rimaneva. E alla fine del tunnel il loro amore, il tempo dei diritti da conquistare, dell’accettazione, del ritorno della speranza, ma anche dell’omologazione delle coppie omosessuali ai cliché che avevano sempre respinto. Una casa in via Ostiense ha accolto a partire dalla fine degli anni Settanta la più ampia, affettuosa famiglia che un giovane turco potesse sognare e ha poi visto dipanarsi la loro storia d’amore lunga vent’anni, intrecciata alle vite di tanti: Mario/Vera, che portava in bilico su zeppe vertiginose tre chili di silicone, un’allegra auto indulgenza e una feroce spietatezza di giudizio verso gli altri; di Valerio, breve amore, grande amico, Federica, amante inquieta e giramondo, di Giuseppe e i suoi segreti condivisi con parsimonia…

“Sei la mia vita” è una delle frasi che come pietre miliari punteggiano il percorso di molti anni d’amore; il momento in cui viene affidata al riverbero di uno schermo telefonico è rimasto impresso nell’uomo che ha ricevuto il messaggio come quello che ha segnato il confine tra un grande amore e il suo perfezionarsi in qualcosa di più, che porta alla condivisione completa e assoluta. Con un coinvolgimento discreto, con pudore ma senza reticenze, l’autore sciorina i sentimenti, le paure, la disperazione di un uomo che semplicemente non può rinunciare al suo amore che è la sua stessa vita. Una storia dolce come una poesia di Hikmet, potente come un canto di Neruda, semplice e nostalgica come le parole della Szymborska, un viaggio leggero e trasognato come un’estate greca, interrotto solo a tratti da ombre minacciose e sfilacciate che fanno trattenere il fiato in attesa della luce che però arriva puntuale al termine della curva, all’ultimo tornante, subito dopo aver scaraventato in un dirupo il cellulare, ultima possibile fonte di contatto col mondo, di distrazione dall’obiettivo primario che è amare, ricostruire, vivere.



 

 

 

 
 
 
 

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