Sei mia

Sei mia

Quella mattina di maggio, Elisabetta varca la porta dello studio legale vestita di bianco, esattamente come cinque anni prima, nel giorno del suo matrimonio. E come quel giorno, è sotto braccio a suo padre. La sua unione però è ormai arrivata al capolinea: le rimangono Rocco e Tati, i suoi bambini, che ama moltissimo, e una marea di problemi finanziari. Il lavoro scarseggia – Elisabetta è una giornalista – e ha dovuto abbandonare la sua bella casa di Prati per farsene assegnare una con un affitto più modesto alla Garbatella. Massimo è l’avvocato assegnato al suo caso: un uomo ben piazzato, più baldanzoso che realmente attraente, con un sorriso accattivante e belle mani, forti e affusolate. Le confidenze, gli sguardi ammiccanti, le risate. Presto Massimo si dichiara innamorato di lei e ad un tratto, ad Elisabetta, tutto il fardello delle sue preoccupazioni pare una piuma. Finalmente non è più sola ad occuparsi di tutto: debiti, bollette, scadenze... non le piace stare sola, ma la storia con Massimo si rivela più complicata del previsto: lui è sposato e ha due bambine piccole, coetanee di Rocco e Tati. Questo non impedisce all’uomo di vivere la storia con Elisabetta alla luce del sole, e di comprare una bella casa ai Parioli tutta per loro, lasciando che lei la arredi come più le aggrada. La donna, al settimo cielo, certa che un giorno Massimo sarà solo suo, non immagina che quella casa allestita con tanto amore sta per diventare la sua prigione...

Questa storia è un pugno nello stomaco. Nel suo esordio come scrittrice, la giornalista televisiva Eleonora De Nardis non risparmia niente ai suoi lettori. Le umiliazioni, le botte, gli insulti, la pressione psicologica, il turpiloquio: l’orrore e il dolore nelle parole di Elisabetta ‒ voce narrante di un incubo all’interno del quale molte donne purtroppo sarebbero in grado di riconoscersi ‒ non possono lasciare indifferenti, e non possono non sollevare un interrogativo, sempre lo stesso. Perché? Perché una donna dovrebbe rassegnarsi a farsi trattare in modo così orribile dal proprio compagno? Perché ostinarsi a giustificare l’ingiustificabile, a perdonare l’imperdonabile? Lui urla, la picchia, la chiama puttana, la tiene segregata in casa. Le impedisce ogni relazione sociale, le rinfaccia i soldi spesi per comprare da mangiare. Guai se lei o i suoi figli sprecano acqua per farsi un bagno caldo la sera. Eppure Elisabetta non è una donna inconsapevole del suo valore: è colta, giovane, carina, creativa, amante del bello. Sacrificarsi per chi ama per lei è motivo di gioia, ragione di vita. Che sia la famosa “sindrome della crocerossina” innata in ognuna di noi? Forse è quell’impeto di ottimismo, quella vena di sfida che fa dire “Io riuscirò a cambiarlo” a spingere le donne a restare, anziché scappare a gambe levate e denunciare? Chi legge non troverà risposte ma solo fatti, nudi e crudi. La storia di Elisabetta è una testimonianza forte che si basa su fatti realmente accaduti; un tentativo probabilmente catartico di esorcizzare una terribile esperienza, ma anche un monito per tutte le donne: perché anche se in alcuni frangenti si avrà la tentazione di giudicare la rassegnazione e la mancanza di coraggio di una donna ridotta letteralmente in schiavitù per oltre un decennio, siamo tutte consapevoli di non essere immuni alle misteriose dinamiche che coinvolgono mente e cuore.



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER