Sei Quattro

Sei Quattro

Quando Mikami Yoshibonu scende dalla macchina, sta nevicando. Minako, sua moglie, è con lui: insieme entrano nell’obitorio. La ragazza suicidatasi potrebbe essere loro figlia, scappata di casa tre mesi prima. Ma non lo è: un altro viaggio a vuoto, con l’amara consolazione che ad essere morta non è Ayumi, ma la figlia di qualcun altro. Il capo del commissariato li invita a rimanere per la notte, ma Mikami è costretto a rifiutare: lavoro. Mikami è capo ufficio stampa – sezione amministrativa – della Questura centrale della regione D. Ha abbandonato una conferenza stampa per fare quel viaggio, e l’indomani deve assolutamente portarla a termine. I giornalisti lo stanno aspettando al varco: Suwa, Kuramae e Mikumo – i suoi sottoposti e collaboratori ‒ lo avvertono. Le testate locali sono agguerrite, soprattutto il “Toyo”, con i suoi inviati Akikawa e Teijima: insistono perché sia rivelato il nome di una donna che ha investito un anziano signore. La polizia non vuole in quanto l’interessata è all’ottavo mese di gravidanza, mentre i giornalisti pensano che l’anonimato sia finalizzato a coprire questa persona perché figlia di un pezzo grosso. La conferenza si risolve in un duro scontro verbale che promette avere oscuri sviluppi. La giornata di Mikami tuttavia non finisce così: convocato dal capo della direzione amministrativa Akama, questi gli ordina di parlare con Amamiya Yoshio per organizzare la visita del prefetto. Yoshio è il padre di Shoko, una ragazzina rapita quattordici anni prima, poi trovata morta, il cui caso era stato chiamato in codice Sei Quattro...

In Sei Quattro, Hideo Yokoyama affronta con decisione un tema molto caro ai giapponesi: quello del lavoro. Da un lato il lavoro è elemento portante della quotidianità nipponica ed i lavoratori sono talmente meticolosi da impegnare tutte le loro forze in esso (celebre il caso della voragine, larga trenta metri e profonda quindici, apertasi a Fukuoka nel 2016, riparata in soli due giorni). L’altra faccia della medaglia, tuttavia, non è così sorridente: in giapponese, il termine karōshi sta a significare “morte per eccesso di lavoro”. Il fatto che un termine del genere esista la dice lunga sulla situazione lavorativa nipponica – il primo caso documentato risale al 1969, l’ultimo al 2017. Lo stesso Yokoyama ha rischiato di rimanerne vittima: nel 2003 infatti è stato ricoverato per un infarto dovuto ad una sessione ininterrotta di settantadue ore di lavoro. La sua costante – a tratti insana – dedizione ha però portato risultati eccellenti: in appena una settimana dall’uscita in Giappone, Sei Quattro ha raggiunto il milione di copie vendute. Questo – oltre a evidenti meriti stilistici – anche grazie al fatto che il romanzo non è focalizzato solo ed esclusivamente sul mondo del lavoro. Anzi, esso esplora il debole confine che separa l’obbedienza dalla complicità, ponendo diversi interrogativi che vogliono pesare sulla morale dei dipendenti. Mette in contrasto la tradizione delle aree extraurbane con l’innovazione della metropoli edochiana, facendo venire alla luce due mondi diametralmente opposti sotto molteplici aspetti. Sei Quattro è questo, ma non solo. Yokoyama rapisce il lettore e lo porta con sé: e il lettore non può fare altro che lasciarsi rapire.



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