Sei stato felice, Giovanni

Sei stato felice, Giovanni

Genova, con i suoi caruggi, la sua gente, i suoi odori. “Verso il porto si vedevano alberi gonfi d’acqua e neri e le cancellate lucide scure lungo il porto con le guardie che le passeggiavano dietro su e giù, curve sotto le mantelline di gomma come grossi insetti. Nell’aria bassa l’odore del catrame, del carbone, gli odori marci dei mercati ondeggiavano fino a terra, poi a un colpo di vento urtavano le facce come giornali fradici sbattuti dal vento”. Per Giovanni è una città da scoprire così come la vita intera che ha davanti. Ama leggere, lo fa di nascosto, appena può in quel bugigattolo di stanza dentro un misero albergo che cerca di mantenersi. “Il Bello”, in via di Prè lo chiamano così. E per questo le donne non gli mancano. C’è Giovanna, una prostituta che ha conosciuto appena arrivato in città e a cui si è legato per caso, dopo che gli ha rammendato la camicia, poi c’è Olga, la cameriera, che pur di stare con lui gli porta vino, cibo e sigarette in camera, facendosi beccare e rischiando qualche schiaffo e pure il licenziamento. Per risparmiare Giovanni si rifocilla alla birreria di Aldo, cerca amici che gli diano una mano ma finisce per imbattersi in due che sono più poveri di lui, Mario e Mangiabuchi. Sono dei ragazzi “randagi”, passano i loro giorni a rimediare lavoretti che gli permettano di mettere assieme il pranzo con la cena. Giovanni si è trovato una piccola occupazione, assemblatore di cassette, ma viene licenziato. I due diventano tre e insieme cercano lavoretti. La fame gli attanaglia lo stomaco da mattina a sera. Mangiabuchi di solito fa il saltimbanco. A Mario viene in mente un’idea per tirare a campare vendere arance e bibite durante una corsa ciclistica, gli altri due si aggregano ma il loro carretto viene rubato…

Torna in libreria per i tipi di Minimum Fax l’opera prima dello scrittore Giovanni Arpino. È un modo per riscoprire un autore italiano sui generis, forse poco apprezzato e studiato, anche grazie all’introduzione preziosa al volume scritta da Gianni Mura e ricca di aneddoti e curiosità. Sei stato felice, Giovanni è la storia di tre “ragazzi di strada”, raccontata senza moralismi e senza impegno sociale, a tratti comica, a tratti drammatica. Un romanzo crudo, una scrittura selvatica, ispida, che Vittorini, artefice della sua prima pubblicazione per Einaudi, nel 1952, non volle ritoccare in nessun modo. Per lui il libro era da pubblicare “senza esitazioni”, lo definì un’opera di “neorealismo con parolacce”. Era Italo Calvino, anche lui collaboratore della casa editrice, più riluttante sull’effettiva riuscita dell’opera. Durante la sua vita, poi, Arpino, non volle mai che il libro tornasse in stampa. Genova non è una scelta casuale, è di quegli anni un suo soggiorno proprio nella città ligure, che diventa ambientazione ideale di questa storia, con la sua atmosfera decadente, marinaresca, “gonfia di odori”. Come si legge nel testo di Mura, Arpino alloggia “in una pensioncina di via Prè, una topaia sporca e umida, con «un lavandino di fronte al letto da galera, una finestruccia sghemba che dava su un vicolo, una tenutaria in bigodini e vestaglia, arcigna come la notte dei lupi mannari». E qui, in venti giorni, su un’asse da lavare, mangiando due uova fritte in latteria, scrive il suo primo romanzo”. Giorgio Barberi Squarotti, poeta e critico, dell’esordio letterario di Arpino apprezzò la “leggerezza del vivere” e il “fondamentale ottimismo”. Ed effettivamente, Sei stato felice, Giovanni è una sorta di romanzo adolescenziale, privo di infingimenti e architetture morali, pieno di sbronze, amorazzi e di tutte le stupidaggini di quell’età, che si conclude con un addio non senza rimpianti a una gioventù senza pensieri. Successivamente la sua carriera letteraria prenderà altre strade, Arpino si avvicinerà a altri stili, si dedicherà al memoir, lascerà la sua impronta nel mondo del giornalismo. Tanti, differenti percorsi, per cui ben si confà alla sua figura la definizione che lui stesso si diede: “sto bene in nessun posto”. O forse stava bene in ogni posto: leggere, o rileggere, per credere.



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