Semi magici

Semi magici

Willie Chandran è figlio dell’India post-imperialismo britannico e come tanti suoi connazionali ha frequentato il college a Londra. Dopo un matrimonio combinato con una proprietaria terriera, Willie è costretto a trasferirsi in Africa, ma dopo 18 anni di una unione infelice divorzia e nel pieno degli anni ’70 si ritrova a Berlino. Il richiamo dell’India però per Chandran è forte, e irresistibile la voglia di tornare in un paese che in realtà non conosce affatto. Spinto anche dalla sorella Sarojini, Willie decide di unirsi al fronte rivoluzionario che lotta per il separatismo nel Nord del Paese. Chandran giunge nella sua terra colmo di ideali ma anche perplessità che aumentano dopo essere entrato in un poco convincente gruppo di guerriglieri che lo costringono prima ad un duro campo di addestramento nelle foreste e poi - insieme a un veterano del gruppo - a una misteriosa missione in attesa di istruzioni che non arriveranno. Sempre più in balia degli eventi (la rivoluzione non concede tregua), Willie riceve prima il facile e delicato incarico di corriere ma poi viene trasferito in una squadra d’azione dove è costretto da un superiore ottuso e accecato dall’ideologia a uccidere, come atto dimostrativo, un uomo perché considerato un nemico del popolo. La fuga per Willie è inevitabile, come inevitabile è la cattura prima e la prigione poi ma è proprio la privazione della libertà a consentirgli di capire veramente il suo ruolo nel mondo e dopo aver toccato tre continenti (Asia, Africa, Europa) Chandran tornerà a Londra trovando, almeno in apparenza, l’equilibrio nella sua passione per l’Architettura...

Vidiadhar S. Naipaul, di origini indiane ma nato a Trinidad ed inglese di adozione, riesce a raccontare la complessità della società indiana – una popolazione divisa tra caste ed odi razziali, sottomissione e volontà di autonomia – e della sua storia intrisa dell’ombra di Gandhi e lacerata dalla dominazione britannica, senza clamori ma attraverso le fluttuazioni della coscienza del protagonista. La narrazione comincia con il ritmo di una seduta di yoga per poi accendersi in un mantra ossessivo e frenetico: come un reporter di guerra l’autore, premio Nobel nel 2001, ci trascina tra campi di addestramento, strade polverose e stazioni affollate, restituendoci perfettamente tutta la teatralità e la scelleratezza di una guerriglia animata da ideali che più che alla giustizia sociale tendono alla follia. Il protagonista fluttua negli eventi, è trascinato dalle situazioni, il suo stato d’animo ben si riassume in questo passo del libro “La cosa più confortante nella vita è la certezza della morte. Non ho nessun modo di tornare a respirare un’aria migliore. E dove sarebbe poi quest’aria migliore? A Berlino? In Africa? Forse non esiste un’aria migliore. Forse si è sempre trattato di un miraggio”. Willie in realtà non ha patria, non ha un luogo dove sentirsi a casa, è perso nella sua storia e in quella del suo paese di origine che sente come suo ma che non comprende fino in fondo. Raffinata e quasi ipnotica la foto di copertina scattata dal celebre fotografo Steve McCurry, specializzato in reportage intorno al mondo ma che ama soprattutto immortalare l’India, le sue atmosfere e gli sguardi magici e disperati della sua gente.



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