Seminario sulla nostalgia

Seminario sulla nostalgia

Ernesto, da qualche anno, è totalmente fuori dai giochi. È stato un barone universitario, per qualcuno una sorta di luminare, poi ha mancato di rispetto al grande capo della sua congregazione scientifica e s’è ritrovato, inaspettatamente, tra i proscritti. Adesso se ne sta in pensione, pieno di amarezza e di malinconia, ferito da una sensazione di inutilità mista allo sconforto dell’abbandono; la sua sembra una “seccante e invincibile solitudine, senza vie di fuga, smarrito e impaurito di tutto”: senza rabbia e senza risentimento, è abulico e demotivato. Vive in una condizione di disagio psichico cronico. È uno psicoanalista depresso: nonostante la presenza emozionante e ispiratrice della moglie (una collega austriaca) e nonostante nella carriera non siano mancate soddisfazioni, nonostante i figli sembrino in cammino per la loro strada, nonostante l’automobile che guida sia quella che sognava da ragazzo, manca qualcosa – qualcosa di fondamentale. Non è il divino – Ernesto non ha fame di Dio, non ha la fede di sua moglie, non sa come rapportarsi con l’eternità, non rispetta un certo tipo di credenti; è diverso, a Ernesto manca un giusto riconoscimento sociale, manca un ruolo profondo e complesso da giocare, manca una sorta di pubblica e inequivocabile gratificazione. In passato riconosce d’aver vissuto momenti di sconforto o di scarso entusiasmo; adesso si sente, invece, strapiombato “nelle perdite, come in un lutto. È uno struggimento vivo e pesante, come se la mia unica guida fosse la nostalgia”. E proprio quando il distacco dal suo ambiente universitario sembra ormai cristallizzato, e la depressione s’è fatta più soverchiante, viene una proposta inattesa; due ex allievi e un vecchio collega lo incaricano di programmare un seminario sulla nostalgia: una conferenza aperta a tutti, laureati, docenti, specializzandi. È un assist. Il tempo non è un problema: deciderà lui quando... ma perché per il seminario hanno pensato alla nostalgia? “Forse perché è quello che mi resta”...

Seminario sulla nostalgia è un duplice esordio: esordio da narratore del professor Roberto Tatarelli da Fara Sabina, classe 1940, già ordinario alla Sapienza, neuropsichiatra e psicanalista, alle spalle centinaia di pubblicazioni scientifiche tra articoli, manuali e monografie; esordio della nuova collana di narrativa Aguaplano, la Blaupause (corrispondente tedesco della nostra “cianografica”, la prova di stampa) collana pensata “come una sospensione e un respiro prima delle scelte, prima della carta e dell’inchiostro. Come il tempo sospeso della lettura, come il tempo della cura che dedichiamo alle storie – romanzi, memoir, racconti”. Che esordio è stato? Dal punto di vista editoriale, istantanteo e forse ovvio l’elogio per la copertina di Paolo De Biasi (The Reference, 2011), diamo atto alla Aguaplano di averci spiazzato, proponendo un memoir di un outsider assoluto delle patrie lettere, confezionato, nelle loro intenzioni, come uno “Stoner del quartiere Parioli”; la tenuta del libro è apprezzabile e la scrittura discreta e mai capziosa. È un memoir, per altri elementi è forse più chiaramente un diario; il diario di un’intelligenza nervosa e irrequieta, di un borghese estenuato ma non saturo; non c’è traccia di territorio che non sia in un appunto o in uno schizzo, o giù di lì, e questo è probabilmente un peccato sia per quanto riguarda radici e origini famigliari del professore-artista, sabino (il reatino è davvero poco raccontato in letteratura), sia per quanto riguarda le sue successive vicende romane, che s’intuiscono progressivamente sempre più borghesi e quadrate (con tanto di elegante e forse scontata passione per il tennis, più volte simbolicamente centrale nella narrazione). L’Ernesto, alter ego di Tatarelli, è un personaggio scosso da una sofferenza psichica lancinante, da una nostalgia “cronica” e “panica”, a un tratto; è ovviamente infastidito e amareggiato dal tempo, dalla vita che comincia a portar via i pochi veri amici e dai fantasmi più o meno infestanti; questo libro è la sua ricerca di un nuovo, provvisorio ma fertile “centro di gravità permanente”, di una rigenerazione erotica e sentimentale, in genere, di una nuova e diversa consapevolezza (direi “di tutto”). È un esordio amaro, forse amarissimo – e piuttosto egoico e autoreferenziale, in genere; tuttavia merita considerazione non soltanto per il passo elegante e il tono cauto e compassato, mai parossistico o esasperato (e dire che il rischio del patetismo era nitido) e per un buon numero di reminiscenze restituite, da Cheever a Céline, passando per il vecchio Kundera e Simenon; Tatarelli si fa notare per come tratteggia due personaggi in particolare, altri da sé, vale a dire la moglie e il vecchio, meraviglioso e ruvido migliore amico, con pennellate di sincera umanità e di clamorosa veracità – riesce a dare loro uno spessore insolito, segno di una sensibilità capace di profondità eclatanti (e di altrettanto eclatanti rimozioni o rifiuti della realtà). Appassionante e piano (senza essere, per questo, troppo semplice o troppo lineare), Seminario sulla nostalgia è un punto a capo – da certi punti di vista – e un punto e virgola, da parecchi altri. E adesso, professore? Gioco, partita, incontro? Oppure...



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