Semplicemente Gutiérrez

Semplicemente Gutiérrez
L’ascensore all’interno della casa editrice è uno di quelli che con tutta probabilità non piacciono affatto alle persone che soffrono di claustrofobia. Perché non ha uno specchio. Se ce l’avesse, in questo preciso istante rifletterebbe l’immagine di un uomo. Ha un soprabito blu che non ha più il bavero rialzato come fino a qualche istante fa, quando era per strada e attendeva che il semaforo diventasse verde, con un dischetto da tre pollici e mezzo in mano, che è stato il suo lasciapassare per l’edificio. Ha quarantadue anni. Il cappotto è un po’ stazzonato, ma ben tenuto: la cravatta è a righe, la camicia celeste. Il vestito è blu scuro, le scarpe nere. Il suo volto non ha segni particolari, ha grossi occhiali da miope che si scuriscono con la luce e occhi marroni, un naso aquilino, labbra sottili, capelli lisci e neri e volto pallido. Un metro e settantacinque. Quasi ottanta chili. Deve scendere al quinto piano dove c’è l’ufficio del suo editore, Marabini. L’uomo dell’ascensore è un ghost writer. Non ha mai usato il cognome della madre, Volando. Solo quello paterno. Gutiérrez. Semplicemente Gutiérrez…
L’incipit migliore della storia della letteratura è con tutta probabilità quello, inarrivabile, di Lev Tolstoj per la sua Anna Karenina (“Tutte le famiglie felici si somigliano. Ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo”, o qualcosa del genere, a seconda delle scelte lessicali del traduttore di turno): addirittura Italo Calvino ha costruito un libro fatto solo di incipit, Se una notte d’inverno un viaggiatore. Ebbene, Vicente Battista - e non sembri un’iperbole quel che si sta per dire - con Semplicemente Gutiérrez si inserisce a pieno titolo nelle posizioni di primo piano di questa particolare graduatoria. Perché già dalle prime parole riesce a costruire, senza retorica né enfasi né insopportabili lungaggini, un’atmosfera, un mondo. Compiuto. Fa calare il lettore nella storia. Seguendo passo passo le vicende del protagonista non ci si riesca a staccare dalle pagine, perché si vuole vedere dove si va a parare, se è solo una questione di cappotti a cui vanno aggiunti dei bottoni sulla sciancratura come in Esercizi di stile di Queneau o se c’è di più. Beh, c’è di più. Molto. La trama è solida, la scrittura avvolgente, ci si ritrova a ridere sotto i baffi insieme all’autore, sardonico, e il ritmo, senza corse inutili, è buonissimo.

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