Per sempre

Per sempre
Alice ha vent’anni, sette tatuaggi, il naso forato da una barretta d’argento a forma di freccia e una decina di orecchini sui lobi delle orecchie. È daltonica e guarda i tramonti per non perdere l’abitudine ai colori. Alice se ne va in giro con i capelli tinti di un rosso sbagliato, giubbotto di pelle, jeans strappati e anfibi militari russi. È magrissima e addolorata. Vede Gesù nei suoi sogni impasticcati e drogati: bello e silente, al profumo di lavanda. Alice è giustamente incazzata per l’indebito sfruttamento commerciale del suo nome da parte di quelli dei telefoni – che tra l’altro l’hanno pure licenziata e adesso chi glielo dice a sua mamma, poveretta, andrà ulteriormente in paranoia, lei che va avanti a furia di caramelle dopo che il marito se n’è andato per un’altra. Alice ha un’amica, Deborah (con l’acca d’ordinanza come per ogni starlet di poco conto che si rispetti), passata dai casermoni di periferia allo squallore dorato del fantastico mondo-dello-spettacolo, sui cui gradini si sta issando con i pugni, con i denti e con abbondanti aiutini stupefacenti. Anche Romano, il danaroso fidanzato di Deborah tira coca. Un sacco di coca. Il fatto è che, per tutti loro, il Dolore è così pulsante e diffuso che gli argini naturali non bastano più, c’è bisogno di contromisure straordinarie, chiamate la Protezione Cuori Infranti e Sogni Svaniti, per piacere. Oppure aguzzate la vista: magari, tra la folla e i palazzoni sgraziati, tra i cocainomani, gli immigrati, i disperati di ogni ordine e grado c’è Gesù, che cammina e cammina, invisibile...
Se i libri fossero come i medicinali, venduti assieme a un foglietto illustrativo, in questo caso sarebbe necessaria una scritta di questo tipo: ATTENZIONE! Possibili effetti collaterali. Può provocare magoni inaspettati, repentine commozioni, attacchi acuti di nostalgia e rimpianto, crampi di dolore. Perché forse Alice – pura malgrado tutto, angelo senz’ali che aspetta il vento giusto per spiccare il volo dall’alto di un cornicione –, forse Alice è un frammento di noi, di noi prima che perdessimo la fiamma della giovinezza, e con essa forza dell’indignazione, la compassione, la speranza nell’amore. Prima che disimparassimo a distinguere i colori di un tramonto, anche noi che daltonici non lo siamo affatto. Prima che perdessimo la fede. Sì, è senz’altro per questo che la “voce” accorata/incazzata/spaventata/ribelle di Alice riesce a toccare un punto dolente, a rendere di nuovo fluido un grumo d’emozioni che il tempo ha bloccato chissà dove, come una trombosi dell’anima. E se pure tornerà a coagularsi e a imputridire – Alice è solo una ragazzina, mica Gesù, i miracoli non sono di sua competenza –, resterà comunque il brivido di una bruciante nostalgia. E magari, di tanto in tanto, la tentazione di fermarsi per guardare il cielo che, arrossendo, cede il passo alla notte.

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