Senza consenso

Senza consenso
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Missoula, Montana, gennaio 2012. Nella sede della “Office Solutions & Services”, azienda di prodotti per ufficio, è in corso, in leggero ritardo, la festa di Natale. Per contrastare la rigida serata invernale tutto è decorato in stile hawaiano e i partecipanti, prettamente impiegati con le loro famiglie, chiacchierano sorseggiando bevande da bicchieri di plastica rossi, dilettandosi in giochi di società. Attorno alle 21, una Berlina Chysler 300 nera accosta nel parcheggio e due uomini vestiti in abiti eleganti smontano fermandosi accanto al veicolo, attirando l’attenzione degli ospiti che li osservano curiosi dalla grande vetrata di fronte. È Kevin Huguet, titolare dell’azienda, ad uscire a fare gli onori di casa. “Posso aiutarvi?” chiede a quei tizi piuttosto arcigni, i detective Guy Baker e Mark Blood. I due vogliono solo parlare con Allison, la figlia di Kevin. No, lei non ha combinato niente, ma quindici mesi prima ha avuto il coraggio di denunciare un fatto terribile di cui è stata protagonista: il suo migliore amico Beau Donaldson (studente al terzo anno all’Università del Montana e acclamatissimo atleta della squadra di football della scuola) che conosce fin dall’infanzia e ha sempre considerato come un fratello l’ha stuprata dopo una festa mentre lei riposava, stanca e coi sensi alterati dall’alcol, sul divano del ragazzo. Kevin non crede alle sue orecchie, dato che da sempre Beau ha frequentato casa sua accolto come un figlio; lui stesso ha sempre definito Allison come una “sorellina” e mai, tra i due ragazzi, c’è stata la benché minima intenzione di intraprendere una relazione di tipo sessuale. Dopo la violenza, la ragazza è scappata da casa di Beau, inseguita dal ragazzo che le intimava di non far parola con nessuno di quanto fosse successo; Allison contatta disperata sua madre, che accorre a recuperarla in macchina e la porta al Community Medical Center di Missoula il cui personale, dirotta la ragazza nella parte opposta della città, al First Step Resource Centrer, per essere sottoposta gratuitamente a un “kit stupro”, una visita umiliante ma necessaria per le vittime, in quanto fonte di prove utilizzabili in un eventuale processo. Allison ha sempre tenuto suo padre all’oscuro dell’episodio; a parte sua madre, solo qualche amica intima ne è venuta a conoscenza, ma forse è arrivato il momento di far sapere a tutti cosa le è successo, e più in generale, cosa succede a Missoula, una ridente cittadina universitaria di cui molti famosi scrittori, tra cui Raymond Carver e William Kittredge, si sono innamorati; una comunità piuttosto autonomista, mal disposta ad accettare le ingerenze del governo federale nelle proprie faccende, e molto, molto compatta quando si tratta di football: la squadra universitaria dei Grizzlies è la sua principale fonte di orgoglio civico, e i suoi atleti vanno sempre e assolutamente protetti, al di la di ogni ragionevole dubbio…

“Al di la di ogni ragionevole dubbio”: questo il principio cardine su cui si basa il sistema giuridico penale americano. Nel caso specifico in questione “meglio dieci stupratori a piede libero che un solo innocente in prigione”, come spiega in termini molto semplici Jon Krakauer in questo suo nuovo, agghiacciante reportage ambientato a Missoula, definita a torto “la capitale dello stupro”, in quanto la sua percentuale di aggressioni a sfondo sessuale, malgrado a dare retta ai media non sia così, non è poi statisticamente superiore a quelle verificatesi in qualunque altra città della federazione. Lo stupro è dunque un crimine più comune di quanto si pensi, sfortunatamente poco denunciato, ma la cosa non sorprende se si pensa che l’empatia suscitata nell’opinione pubblica e nelle forze dell’ordine dalle vittime di qualunque reato è praticamente nulla nei confronti delle vittime di aggressione a sfondo sessuale. Se sei vittima di una rapina ti credono ad occhi chiusi, ma se racconti di essere stata violentata è tutta un’altra storia. Le vittime di stupro vengono trattate con sufficienza, scortesia, diffidenza, considerate “donnette” che gridano “al lupo” per vendetta o solo per coprire una scappatella che potrebbe compromettere una relazione di coppia; colpa del femminismo, si dice, che in America ha preso sempre più potere e ha finito per dipingere a priori l’uomo come potenziale stupratore. Se la vittima non ha gridato o lottato fino alla morte, allora forse non le è proprio dispiaciuto; se l’aggressore non è uno sconosciuto saltato fuori dalla boscaglia con in mano un coltello, ma semplicemente un compagno di scuola da cui si è anche moderatamente attratti, forse, sulla questione del non-consenso ci potrebbe essere un po’ di confusione. Se poi ad aggredire è un valoroso atleta che tiene alto il nome della città, la parola stupro è fuori discussione: “Sono ragazzi…” si sente dire. Bravi a scuola, rispettosi, tranquilli. Ogni tanto un pestaggio ai danni di un compagno, una multa o un’incarcerazione per guida in stato di ebbrezza, ma cosa volete che sia? Vogliamo davvero rovinare vita e carriera a questi esemplari ragazzi e alle proprie famiglie? L’aurea di protezionismo che circonda gli atleti è francamente stomachevole. Krakauer analizza con grande obbiettività le dinamiche che scoraggiano le vittime di stupro a denunciare gran parte delle aggressioni a loro danno; parla con loro, con i loro aggressori e coi loro familiari, concentrandosi su tre casi specifici; riporta passo per passo stralci dei processi a carico degli imputati, difesi strenuamente da avvocati la cui linea difensiva consiste nel gettare fango addosso alla vittima, perché nei tribunali americani a quanto pare, per vincere non contano tanto le prove quanto il duello verbale ed emotivo portato allo stremo delle forze. Avvalendosi di testimonianze autorevoli di medici e psicologi, si provano a demolire tutti quei falsi miti che aleggiano attorno al reato di stupro, dimostrando che talvolta il comportamento apparentemente normale o remissivo di certe vittime durante e dopo il fatto, altri non è che la conseguenza, diversa per ogni soggetto, di un forte stress post-traumatico e non di certo di un’apparente confusione relativa al consenso – accordato o meno - sull’atto sessuale. Una lettura forte, scomoda e parecchio cruda, con l’unica pecca di essere un po’ troppo ripetitiva e piena di nomi – veri o pseudonimi – che generano talvolta confusione; un modo anche per approfondire la conoscenza di un sistema penale controverso, spietato e garantista fino all’eccesso. L’ennesimo esempio di una “giustizia ingiusta”.

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