Serenata senza nome

Serenata senza nome

Napoli, 1917. Quindici anni lei e diciassette lui: quello di Cettina e Vincenzo è un amore grande, ma lo è anche la paura di essere chiamato in guerra, la maledetta guerra che dura ormai da due anni e sembra non voler finire mai. E quindi l’unica soluzione è partire, andare a cercar fortuna lontano, al di là del mare. Lui lo sa che si torna se si è fortunati, che non per forza si muore in Paesi lontanissimi, più poveri e disperati di quando si è partiti. Lui a Cettina vuole dare tutto, lei è la più bella e si merita il meglio. Quel meglio Vincenzo lo deve andare a cercare in America e poi riportarlo con sé a casa. “Io non lo so se ti aspetto, Vince’. Io voglio una casa, dei figli”. “Io torno a prenderti, Cetti’. Io torno a prenderti. Ti conviene aspettarmi”. Diciassette anni dopo, nell’ottobre del 1932, Vince è di nuovo a Napoli. Fortuna l’ha fatta davvero, è diventato un pugile, un campione famosissimo. Fino al match in cui ha involontariamente mandato in coma l’avversario, un nero, e quando questi è morto lui ha smesso di combattere per il senso di colpa. Da quel momento Vincenzo Sannino diventa “il pugile vigliacco”, al simbolo dell’Italia virile e maschia del Duce non è perdonata l’umanità. Ma a lui non importa, lui adesso è ricco ed è tornato come aveva promesso oltre quindici anni prima. Cettina non risponde da anni alle sue lettere, si è sposata con Costantino Irace, che ha preso la direzione del negozio di abbigliamento alla morte del suocero, fa una tranquilla vita borghese. Chissà se si ricorda di quell’antico amore. Quella storia che dal passato le torna addosso con una serenata, una voce che nella notte canta per lei. Il marito ignaro viene trovato morto in un vicolo un paio di mattine dopo, ammazzato a pugni. Quale miglior colpevole del pugile che ha infangato l’onore dell’Italia, il serpente che ancora una volta ha lasciato la firma. Ma il commissario Ricciardi non si accontenta, si adatta agli ordini e non si ferma fino a che la verità non sia stabilita. Qualunque sia…

Un giallo appena meno giallo del solito, anche se pur riuscendo a intuire qualcosa il lettore difficilmente ha un quadro completo, in compenso se possibile l’umanità dei personaggi è sempre più preponderante complessa e importante all’interno del romanzo, quasi a diventare anche quella elemento di suspense. L’inciso che ci accompagna alla scoperta delle canzoni che fanno da fil rouge alla trilogia ambientata iniziata con Anime di vetroPalomma ‘e notte – vede ancora il ragazzo e il vecchio musicista, metafore di qualcosa che si tramanda di generazione in generazione e va oltre la semplice canzone. La storia infinita dell’amore di Ricciardi ed Enrica, dichiarato e impossibile, ostacolato da Livia (che ricordiamo è la vedova del tenore Vezzi, amica personale della figlia del Duce, donna che sembra in grado di usare ogni mezzo e che scopriamo invece fragile e ricattabile) e dal maggiore Manfred, forse addetto culturale o forse spia, che ha chiesto la mano di Enrica. Commovente e ingombrante come la sua stazza, il brigadiere Raffaele Maione, unico amico oltre al medico legale Modo su cui Ricciardi può contare, a cui Maurizio de Giovanni affida compiti sempre più simili a quelli di un padre, indipendentemente da chi sia il figlio da aiutare. Cambio di registro anche per Bambinella, il femminiello che tante risate ci ha strappato con le sue strampalate e spesso risolutive soffiate. Maurizio de Giovanni continua a non deludere, nonostante sia ormai al nono romanzo della sua serie ambientata durante il Ventennio. Il plot giallo resta ben presente e ottimamente gestito, ogni nuovo capitolo è perfetto e non si vedono segni di usura.



 

 

 
 
 
 

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