Sergente Romano

Sergente Romano

È il 7 giugno 1861. Siamo nel Sud della Puglia, lontano dalla ricchezza arcaica dei Borboni, che stavano a Napoli e che ora non ci sono più, che sono stati cacciati, il popolo non sa nemmeno bene da chi e perché. Il nuovo re è piemontese e certe località del proprio Regno che ora si chiama d’Italia nemmeno le ha mai viste, nemmeno sa dove sono. Il regno di fatto è fatto di nobili, la cui ricchezza è basata su feudi e latifondi, palazzi ricchi di sfarzi, ma pieni di topi e umidità nei sotterranei. La gente, quella povera, muore di colera e di ignoranza, di fame e sporcizia. È il Regno di Napoli, che molti continuano ancora a chiamare così, che ha una profonda contraddizione: da un lato una delle classi di intellettuali più prestigiose che la Storia ricordi, l’arte e la bellezza, che certo i lontani Savoia nel regno di Piemonte possono solo invidiare, dall’altro un popolo abbandonato a se stesso, superstizioso e brutalmente atavico. Il sole, il caldo, la bellezza e la roccia della Gravina del Porto e le masserie: questi i luoghi in cui si muovono Pasquale Domenico Romano, ex sergente dell’esercito borbonico, e i suoi compagni che hanno detto basta ai soprusi, all’ignoranza, alla povertà, alla morte di questo nuovo padrone, che nemmeno si degna di conoscerli. Vogliono vivere e vogliono combattere, ma devono eludere la Guardia Nazionale cittadina, creata apposta per piegare quel popolo in fermento, perché la Legge, al sud, è il nemico e la legge di fatto sta a Torino, un posto freddo e lontano, straniero. Vogliono un nuovo mondo e quell’Unità per loro significa solo che i propri figli devono andare a fare il militare per uno Stato che toglie il sostentamento alle famiglie perché quei ragazzi, maschi, procurano da mangiare, aiutano i padri, le madri e le sorelle nei campi. I re di Torino dice che li ha liberati. Ma da chi? Siamo a Gioia del Colle e sta per arrivare quella fatidica data del 28 luglio 1861, quando un gruppo di uomini cercano a modo loro quell’agognata, meravigliosa, splendente utopia che in Francia avevano conquistato circa settant’anni prima e che loro vogliono con tutta la loro forza. Riusciranno davvero ad averla questi uomini coraggiosi e intrepidi? Il resto è Storia…

Sergente Romano di Marco Cardetta è un romanzo storico che affronta con grande respiro gli anni dell’Unità d’Italia (è proprio il 1861) con tutti quei temi ad essa connessi: la povertà, il Meridione, il brigantaggio, i Savoia, i Borboni, l’ignoranza. Detta così, sembra un libro di Gesualdo Bufalino. In  parte è così, ma Marco Cardetta, che ha esperienza anche nel mondo del cinema, sembra scrivere una sceneggiatura e molti direbbero, come ha fatto lui stesso, che sembra uno spaghetti western dal taglio à la Sergio Leone o quel Mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, ma a tratti la Puglia di ambientazione ottocentesca sembra invece ricalcare più una di quelle commedie picaresche che ricorda il cinema americano della primissima New Hollywood, quando il genere western fu per sbaglio considerato al declino dalla critica perché si era mescolato alla commedia: Cat Ballou, Boon il saccheggiatore, una certa ironia di Butch Cassidy, il più tardivo La volpe e la duchessa, ma anche il musical La ballata della città senza nome (anche se la musicalità del testo di Cardetta risiede molto nella cantilena dei dialoghi, tipicamente meridionali, nella melodia delle parole del testo). Errore marchiano perché il genere proprio in quel frangente, con nuovi autori e una diversa scrittura aveva trovato una nuova linfa, una nuova originalità perché raccontava dei vinti, di quelli che andavano contro il sistema. Raccontava un nuovo modo di vedere le cose. E Sergente Romano è proprio così. Questo però, come ogni commedia che si rispetti, racconta un dramma grandissimo: uno dei più sanguinosi fatti di cronaca della storia del brigantaggio italiano, quando un gruppo di poveri uomini assaltò l’allora sconosciuta Gioia del Colle. Ad esserne protagonista un ex-sergente dell’esercito borbonico, Pasquale Domenico Romano. In questo libro ci sono tutti gli ingredienti di una sceneggiatura hollywoodiana di ferro fatta per piacere e al tempo stesso racconta il nostro presente e il nostro passato (quello italiano) al quale siamo ancora legati e del quale se ne parla troppo poco come si dovrebbe e troppo come non si dovrebbe. Marco Cardetta lo fa bene perché coglie i lati brillanti di una tragedia e al tempo stesso la tragedia nel suo lato brillante. E poi si legge che è una meraviglia.

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