Serial writers

Non sta a noi sottolineare come negli ultimi anni, e più precisamente dopo il successo di Lost (anche se il vero iniziatore della serialità televisiva moderna deve considerarsi David Lynch con il suo Twin Peaks), la televisione, soprattutto negli Stati Uniti, abbia fatto passi da gigante. In direzione qualitativa, in prima istanza, con la nascita di serie che per scrittura e forma (e molto spesso anche per budget) si avvicinano al grande schermo, e per popolarità in seconda battuta. Se infatti prima una larga fetta di spettatori si guardavano dall’apprezzare prodotti televisivi (vuoi per snobismo, per mancanza di interesse o di tempo), oggi, complice anche un’offerta maggiore, l’universo dei serial ha catturato più o meno tutti. Ad accogliere questo mondo in continua evoluzione non è stato solo il pubblico, ma anche studiosi e critici che molto spesso hanno spostato il loro sguardo (anche) sul piccolo schermo. È qui che si inserisce Link, il progetto editoriale di RTI che vuole “raccontare i meccanismi dell’industria televisiva al al di là dei luoghi comuni”…
Con Serial writers ci si addentra in uno degli aspetti più interessanti della serialità per piccolo schermo, la scrittura. Interessante perché, come può facilmente immaginarsi, un’opera di più stagioni, ognuna delle quali è composta da dieci, venti, a volte di più, puntate, non può avere un solo sceneggiatore. Ha piuttosto un gruppo di scrittori, che spesso fanno capo all’ideatore della serie, coordinati poi da uno show runner. Ma il meccanismo è molto più complesso di così: di volta in volta l’ultima parola su una puntata può averla il network, raramente il regista, ancora più raramente il singolo scrittore... a volte persino il pubblico. Perché la scrittura di una serie televisiva è quasi sempre in itinere, precede di pochi mesi lo shooting e di qualche mese in più la messa in onda. Questo significa che spesso si aggiusta la struttura delle puntate a seconda dei gusti del pubblico e si decide il destino di un personaggio in relazione al gradimento o meno da parte degli spettatori. Per tutti questi motivi studiare la scrittura delle più moderne serie televisive è un esercizio affascinante, che può essere svolto a più livelli. Il tentativo di Serial Writers è proprio quello di combinare più aspetti e sfaccettature di questa indagine: attraverso quattordici interviste, condotte da giovani critici e studiosi italiani, ad alcune delle colonne portanti della televisione dell’ultimo decennio (Vince Gilligan di Breaking Bad, Craig Thomas di How I Met Your Mother, David Benioff di Game of Thrones, Matthew Weiner di Mad Men e I Soprano), ricostruisce non solo la storia della genesi e sviluppo di questi prodotti, ma prova a spingersi oltre e ad indagare meccanismi di sceneggiatura tipici del piccolo schermo. Di tanto in tanto, sempre con l’idea di non risultare mai pesante soprattutto per il lettore generalista, intervistatore e intervistato ragionano sull’utilizzo dei catchphrase o del rapporto di “sudditanza” che esiste, spesso, tra scrittore e autore. Serial Writers, forte anche di una confezione impeccabile, soffre solo della brevità delle chiacchierate, spesso ridotte a poche pagine per raccontare anche più di una serie tv.

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