Serpenti nel Paradiso

Serpenti nel Paradiso
Le vacanze sono finite e coincidono esattamente con un nuovo caso dell’ispettore Delicado. Questa volta il luogo dell’azione è la Barcellona ricca e placida dei sobborghi, tappezzata di villette baciate dal sole e cullata dalla tranquillità economica. Nulla di più differente dalla solitaria e uggiosa vita di chi deve abbandonare l’amato Commissariato per indagare in quelle zone: in tale idillio, viene ritrovato riverso in una piscina il corpo di un aitante avvocato, un promettente essere umano dalla fedina penale immacolata, amato visceralmente dai suoi amici e compianto per non più una manciata di ore. Ma la facciata è decorata magistralmente, a tal punto che pure la cinica Delicado si lascerà ammagliare da tutto questo stucco: alle prese con una maternità mai arrivata, dovrà ancora una volta mettere da parte le proprie paure e mancanze per ricostruire un puzzle contorto e surreale. In una parola, catalano...
Cinque vite son troppe per chiunque, eppure è il numero di quelle che si porta sulle spalle Petra Delicado (ma non temete, ne seguiranno altre). Cinque lunghi episodi di vite ognuna diversa dall’altra, con le loro sfaccettature, incongruenze e titubanze. Vite normali, troppo normali forse per meritarsi tutta questa carta. Vite banali, perché la normalità è tema comune di romanzi stupendi e importanti. Vite di Alicia Giménez-Bartlett, perché i diari non dovrebbero vedere la luce della stampa. Per il lettore, la prima di queste (non necessariamente Giorno da cani) non può che apparire accattivante: chi legge ritrova nei due protagonisti molte delle proprie manie e problematiche quotidiane, ricevendo ogni tanto qualche illuminazione chiarificatrice tesa ad adagiarlo in modo definitivo tra i cuscini del divano. La seconda lo stupisce perché inspiegabilmente gli pare di ricordarsi nomi e dinamiche e quest’evento lo aiuta non poco a districarsi tra le centinaia di pagine e giungere alla fine del libro - che non coincide però con la morte della Delicado. Il giudizio sulla terza (per dovere di cronaca, ho faticato a terminare la prima) già si lascia alle spalle numerosi e arditi lettori. In questa avventura narcolettica, che è la storia di una indagine poliziesca lunga ed estenuate, quello che vorrebbe essere l’intermezzo critico si confonde con una certa nonchalance tra le digressioni di quello comico (anch’esso solo in potenza): la visita del Papa a Barcellona e i rapporti dell’investigatrice con il suo entourage, con tanto di lettera finale spedita direttamente dalle Divine Poste Pontificie. Questo discorso, mediato dall’autrice poiché da sé incapace d’incastrarsi con l’indagine principale, dimentica però un particolare importante, che è tanto facile esprimere giudizi sulla storia, sulla politica, sulla religione - è sufficiente sapersi informare - quanto è complesso farlo in maniera ironica e frivola. Ciò che però ferisce maggiormente l’amor proprio del lettore e che vanifica il suo sforzo letterario, è rendersi conto della superficialità che comanda le azioni di Petra in questa sua avventura: sempre più fragile e prevedibile, logorata da un lavorio mentale che costringe agli straordinari le sinapsi (e non mi riferisco esclusivamente alle sue), ora irreprensibile, ora annebbiata dalle indecisioni, e così via. Questa è Petra, alter ego della Bartlett, che continuerà a seguire le fisime della sua creatrice, nel bene e nel male, per la gioia di chi sa apprezzare le sue storie e tira un sospiro di sollievo ogni volta che un nuovo episodio vede la stampa. Questa è Petra, perché come ben dice il suo vice Garzón: “Se Dio ha voluto così, un motivo ci sarà”.

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