Sessanta giorni

Roma. Istituto penitenziario di Regina Coeli. TRA, TRA, TRA: la chiave gira nella serratura e la porta della cella si chiude alle spalle di Carlos. Di nuovo in carcere, ancora una volta il mondo intero racchiuso in pochi metri quadrati. Eroinomane e delinquente abituale, Carlos viene arrestato per aver commesso un furto. Aveva bisogno di soldi per procurarsi l’eroina. Ristretto nella prima sezione dell’isolamento di Regina Coeli, attende la convalida dell’arresto. Viene sistemato nella cella numero 11, dove occupa il quarto di otto letti. I suoi compagni di cella sono Rachid, Paolo e Vladimir, che lo accolgono benevolmente, dandogli una mano a rifare il letto, rispettando il rito tradizionale che si compie per ogni nuovo entrato. Carlos è preoccupato e pensa a come dovrà affrontare l’imminente crisi di astinenza. I giorni sono scanditi dai ritmi e dalle regole imposte dal carcere: la distribuzione del vitto, la conta, il colloquio con il tossicologo (la donna bionda), le visite dei familiari, le domandine, lo spesino. Carlos non è spaesato, conosce bene questo mondo e incontra molti volti familiari, tra cui Mangiafoco, Mariuccio, Lametta. Durante la permanenza a Regina Coeli conoscerà Silvio, un omicida e Claudio, arrestato per tangenti. Al processo verrà condannato alla reclusione per un anno e sei mesi. Successivamente sarà trasferito a Rebibbia, più facilmente raggiungibile dalla madre in vista dei colloqui, dove rimarrà fino al suo fine pena…

Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, così c’è scritto nella nostra Costituzione. Questo libro, breve ma incisivo, stimola senza dubbio una riflessione sul principio di rieducazione e risocializzazione della pena. L’autore narra la sua storia, mettendo nero su bianco l’esperienza dell’isolamento in carcere, la sua adolescenza, gli errori, l’intenzione di riscatto. Con uno stile lineare, diretto, semplice, conduce il lettore in un breve viaggio nella quotidianità e nel linguaggio del sistema carcerario. Il detenuto è “entrante”, “partente”, “liberante”, è un numero di matricola che deve adempiere degli obblighi. Sembra quasi di essere al cospetto di un diario in cui l’autore riporta anche il proprio punto di vista sugli effetti negativi della carcerazione… “un orologio alla parete, non funziona; e la giustizia…funziona?”. Dalla lettura di questo libro emerge anche l’importanza dell’amore per la propria famiglia (“c’è mio padre. Non gli ho mai detto che mi piace, e che gli voglio bene”), la speranza, l’aspirazione alla libertà, non solo fisica, (“solo mi rincuora che non sono in astinenza, che non devo cercare droga per non stare male. Sono libero. Sì, mi sento libero”), alla ricostruzione (“arriva mio padre, ci salutiamo, mi fa compagnia, chiede se sto bene e cosa penso di fare. Di certo un lavoro al più presto e chiudere con le droghe”). La sfida affrontata da Edizioni SUI, stabilire un contatto tra autore e lettore attraverso il lavoro di entrambi, è ampiamente vinta.

 


 

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