Sessanta racconti

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Dopo soli tre anni di prigione per contrabbando – i gendarmi per sua fortuna non l’hanno riconosciuto – il famigerato capo brigante Gaspare Planetta torna in libertà. Non è passato poi così tanto tempo, ma l’uomo è molto cambiato: si è smagrito e gli è cresciuta una barba da vecchietto, di certo non pare più “il miglior schioppo conosciuto”, il terrore del Monte Fumo. Comunque sia Planetta torna in quello che è stato il suo regno, tra i boschi, dai suoi compagni. Giunto la covo, decide di fare uno scherzo e si finge un messaggero di Planetta, non lui in persona. Con sua estrema sorpresa, i compagni gli credono e non lo riconoscono: solo il suo vecchio cane Tromba gli salta addosso guaendo di gioia. Allora racconta che Planetta uscirà di prigione il mese successivo, e che intanto ha mandato avanti lui per controllare come vanno le cose. Dai mugugni dei briganti l’uomo però comprende che è tutto cambiato e che la sua autorità non è più riconosciuta… Dopo un giorno di viaggio in treno, Giuseppe giunge alla città dove si trova la famosa casa di cura specializzata nella sua malattia. Lui soffre in realtà di una forma leggerissima, quasi impercettibile, ma comunque per scrupolo i medici gli hanno consigliato di ricoverarsi nella celebre struttura, dove si cura soltanto quella malattia e quindi una eccezionale competenza nel campo è garantita. Ottimista e ben disposto, Giuseppe viene ricoverato in una camera gaia e pulita del settimo piano, il più alto. I pazienti infatti sono distribuiti a seconda della gravità della loro malattia, dall’alto verso il basso: al settimo piano i casi più leggeri, al piano terra i malati terminali. Questa organizzazione – meramente funzionale – si è trasformata col tempo in una vera e propria divisione tra caste di malati… Verso sera, accanto alla chiesa di un piccolo paese di provincia, atterra un disco volante color azzurro chiaro: “(…) grande, lucido, compatto, simile a una lenticchia mastodontica”. Ne escono due alieni gracili che “sembrano spiritelli”, che cominciano ad armeggiare incuriositi attorno alla croce sul tetto della piccola chiesa. Il parroco, Don Pietro, li affronta preoccupato: “Giù di là, giovanotti. Chi siete?”. Gli alieni emettono strani suoni, che però il parroco – per qualche motivo a lui ignoto – comprende perfettamente. Sanno quasi tutto del nostro mondo, ma non riescono a capire cosa sono le croci che vedono su tanti tetti e nei cimiteri, che loro credono “vivai di croci”. Don Pietro glielo spiega e loro si fanno raccontare dal parroco l’origine del mondo e dell’uomo secondo la Bibbia. Poi gli chiedono sbigottiti: “Ma quindi voi terrestri avete mangiato il frutto dell’albero della conoscenza, nel giardino dell’Eden? Noi no, è ancora lì”…

Dino Buzzati ha vinto il Premio Strega nel 1958 (battendo in finale avversari del calibro di Tommaso Landolfi e Carlo Cassola) con questa antologia. Trentasei racconti su sessanta in realtà erano già stati pubblicati in tre precedenti volumi (I sette messaggeri, Paura alla Scala e Il crollo della Baliverna), ma vennero riproposti in quello che sostanzialmente voleva essere un “best of” della narrativa breve buzzatiana, ambito tutt’altro che minore dell’opera dello scrittore, pure geniale romanziere (Il deserto dei tartari, Un amore) e giornalista talentuoso. E non a caso infatti il lettore ha qui un (as)saggio delle sue atmosfere, dei suoi temi-cardine e del suo stile: l’irruzione del fantastico in un reale fatto di abiti in grisaglia, telefoni a disco e penne stilografiche oppure la rilettura geniale del format fiaba, o magari il salto in un passato che è soprattutto un luogo della mente, un immaginario. Erede indiscusso della grande tradizione europea del racconto surrealista, kafkiano sì ma più ironico che disperato, Buzzati dà corpo “alla parte di noi che non vediamo, non vogliamo vedere o che abbiamo dimenticato. Racconta chi e come (e dove) siamo. Crea una smagliatura nel velo che avvolge il mondo per farci dare un’occhiata dall’altra parte”, come scrive acutamente Lorenzo Viganò. Questa edizione Oscar classici moderni raffigura in copertina un’opera dello stesso Buzzati: la tela dal titolo Piazza del Duomo di Milano, dipinta nel 1952. Il volume ha, inutile negarlo, un’aria in qualche modo “artificiale”, ricorda le compilation di Natale che nel campo della musica pop escono a dicembre nascendo appositamente per scalare le classifiche. Qui al legittimo, legittimissimo intento commerciale si aggiunge peraltro quel senso di “facciamo vincere lo Strega a Buzzati, ecco l’occasione buona” che lascia un poco di amaro in bocca: il che è un peccato, perché Dino Buzzati è un genio della narrativa italiana, e i suoi racconti sono delle gemme.



 

 

 

 
 
 
 

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