Sex Work

Sex Work

Considerata storicamente come forma di devianza morale e sociale delle donne, la prostituzione è oggi letta dalla prospettiva di due punti di vista diversi e spesso in contrasto tra loro: da una parte, come forma di vittimizzazione femminile; dall’altra, come possibile opportunità lavorativa. Le prime interpretazioni del mercimonio del sesso nel mondo occidentale si possono far risalire alla morale cristiana, la cui lettura del fenomeno, travalicando secoli e confini territoriali, è stata ereditata dall’Inghilterra ottocentesca, dove la prostituzione era considerata una patologia morale esclusivamente femminile, deprecata per il sovvertimento della rispettabilità e per le malattie che diffondeva tra la popolazione. Su teorie non troppo lontane era basato il pensiero di Cesare Lombroso, il quale, nell’analisi delle donne affette da “pazzia morale”, poneva l’attenzione su alcune loro peculiarità fisiche, a cui ricollegava il loro mancato sviluppo del senso del pudore, vale a dire il sentimento caratteristico del femminile “sano”. Nella stessa direzione si sarebbero mossi, in seguito, il sociologo Georg Simmel e poi, nel Novecento, la Scuola di Chicago che, pur continuando a parlare di prostituzione in termini di devianza dalla norma, avrebbe introdotto un importante elemento di novità: la considerazione della devianza non più come fatto individuale, quanto come conseguenza dell’ambiente socioculturale. E poi sono arrivati gli anni Settanta e con loro il pensiero femminista, che ha dato la parola a chi, fino ad allora, non era stato ascoltato…

Se il pensiero femminista abolizionista ha sempre rifiutato con forza l’ipotesi della prostituzione come forma di lavoro legittima, è anche vero che, per molto tempo, ha lasciato senza voce le principali attrici del commercio del sesso ed inascoltate le loro versioni alternative del fenomeno. Questo, almeno, fino alla metà degli anni Settanta, quando, dalla lettura delle autobiografie delle lavoratrici, scandagliate il più delle volte alla ricerca di particolari pruriginosi, si è passati alla loro partecipazione a manifestazioni e convegni, che ha fatto sì che l’attenzione si spostasse dalla morale ai diritti. Proprio da questo rovesciamento di prospettiva e dall’entrata in scena delle protagoniste come parte attiva del fenomeno (da sex objects a sex workers) prende le mosse il breve saggio di Giulia Selmi, sociologa specializzata nelle differenze di genere, della sessualità e della famiglia. Dall’ascolto e dalla lettura delle riflessioni delle sex experts emerge come, in vari casi, la via della prostituzione non viene intrapresa per costrizione, ma per scelta. Come anche è una scelta il fatto di non voler seguire i percorsi tracciati dall’ordine patriarcale (il matrimonio, la monogamia ecc.). La prostituzione, dunque, non sarebbe sempre una forma di oppressione, ma, in alcune situazioni, di autodeterminazione. E se il mercato del sesso è degradato, losco e violento non sarebbe dovuto al contenuto specifico del lavoro, quanto alle condizioni entro cui il lavoro si esercita. Con la sua visione inconsueta, a tratti sorprendente, del fenomeno della prostituzione, Sex Work è una lettura interessante, qualunque sia il punto di vista del lettore sull’argomento.



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