Shining

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Jack Torrance è un uomo in cerca di riscatto. E non è la prima volta. Anni prima, appena sposato con la bella Wendy dai capelli color del grano e dalle cosce di seta, il giovane docente universitario e aspirante scrittore era sprofondato nell’incubo dell’alcolismo, e aveva persino rotto un braccio al piccolo Danny strattonandolo malamente, dopo che il bambino aveva versato per goffaggine una birra sul manoscritto di una commedia alla quale lui stava lavorando tra una sbronza e l’altra. Il suo matrimonio stava per andare a puttane, ma Jack ce l’aveva fatta: aveva smesso di punto in bianco di bere, aveva ricominciato a lavorare con coscienza e talento e a guadagnare bene, aveva dimostrato di essere pentito e di meritare l’amore che suo figlio aveva continuato a provare per lui nonostante tutto e il perdono di Wendy. Quando la situazione era ormai stabilizzata, di nuovo il destino aveva voltato le spalle ai Torrance. Un allievo del corso tenuto da Jack – offeso per un’esclusione – aveva deciso di bucare per sfregio le gomme del maggiolino del professore, che l’aveva colto sul fatto e picchiato di brutto, mandandolo all’ospedale. Licenziato in tronco dall’Università, Jack Torrance ora sta per rimanere senza un dollaro, e ha bisogno di un lavoro. Di un lavoro qualsiasi. E il suo grande amico Albert Shockley – vecchio (e ricco) compagno di sbronze - lo ha raccomandato per il posto di guardiano invernale in un albergo sulle montagne del Colorado acquistato da qualche anno da una società nella quale ha una quota importante. L’Overlook Hotel – un colosso costruito nei primi del ’900 e dalla storia tormentata - nella stagione fredda chiude i battenti in attesa che le nevi si sciolgano e le strade tornino praticabili. Serve qualcuno che faccia piccoli lavori di manutenzione, che non faccia ghiacciare le tubature, roba così. Un lavoro facile e che lascia molto tempo libero: tempo perfetto per pensare, per scrivere, lontano da tutto e da tutti. E la paga è buona, ottima. Ecco perché Jack non fa altro che sorridere e annuire, anche se più volte durante il colloquio di lavoro ha avuto la tentazione di dire in faccia a quel saccente pezzo di merda di Stuart Ullman – che tra l’altro gli ha detto chiaramente che lui il posto non glielo avrebbe dato, ma che deve adeguarsi alla raccomandazione di Shockley – cosa pensa di lui. Il direttore del personale dell’Overlook ha tentato di spaventarlo raccontandogli di come un altro guardiano invernale sia impazzito durante il lungo inverno e abbia massacrato moglie e due figlie, e Jack giù a sorridere ostentando tranquillità. Ora che il lavoro è preso, iniziano i preparativi per la famiglia Torrance: il piccolo Danny – che da quando ha memoria mostra una sensibilità incredibile ai pensieri e alle emozioni altrui e una capacità quasi sovrumana di prevedere le cose (lo 'shining'!) – comincia ad avere visioni spaventose. Il suo amico immaginario Tony, che da sempre abita i suoi sogni, lo avverte: l’Overlook Hotel trasforma gli uomini in mostri, bisogna starne alla larga...

Concepito nel 1974 durante un soggiorno autunnale in un vetusto albergo di montagna del Colorado in cui gli unici ospiti erano lo scrittore e la sua famiglia, il terzo romanzo di Stephen King – il primo a raggiungere un grande successo internazionale – altro non è che una gigantesca rilettura metaforica della vita familiare, vista soprattutto dal punto di vista dei bambini, che percepiscono e interpretano a loro modo liti, tensioni, problemi economici, rancori dei loro genitori e a volte purtroppo ne sono travolti, prima emozionalmente e psicologicamente che materialmente. L’edizione Bompiani purtroppo è funestata da una traduzione un po’ 'ingessata', realizzata abbastanza evidentemente da una persona non a suo agio con il genere horror e digiuna di cultura pop americana (avete mai sentito dire che uno è “tifoso delle Calzette Rosse” invece che dei Red Sox? Ecco, roba del genere). Un capitolo a parte meritano le innumerevoli, clamorose differenze tra il romanzo di King e il giustamente acclamato omonimo film di Stanley Kubrick. Eccone alcune: il Jack Torrance del libro – senza nulla togliere alla superba, oramai iconica interpretazione di Jack Nicholson – è un personaggio più tridimensionale (ha un vissuto drammatico ma ce la mette sinceramente tutta per riscattarsi, ama la sua famiglia e vuole difenderla), svalvola a pagina 200 e non dopo pochi giorni all’Overlook Hotel, muore nell’esplosione dell’albergo e non congelato, brandisce una mazza da roque e non un’ascia; Wendy Torrance non è una moglie passiva e complessata come quella impersonata da Shelley Duvall, ma una donna che pur piena di rimpianti e rancori lotta per la sopravvivenza prima del suo matrimonio e poi di suo figlio; le capacità paranormali di Danny sono una realtà quotidiana per la famiglia, che le teme ma tutto sommato le accetta, e durante il soggiorno all’Overlook le 'sfrutta' per affrontare la minaccia che incombe, minaccia alla quale madre e figlio non sfuggono per scelta, perché il bambino decide consapevolmente di restare vicino al padre; la figura di Dick Halloran è forse meno commovente della maschera bonaria di Scatman Crothers, ma è più funzionale alla trama e ha un fato assai migliore. E infine, la camera d’albergo 'infestata' è la 217, non la 237 come al cinema (scaramanzia?). Un bel po’ di ulteriori motivi per recuperare dagli scaffali questo horror di quasi cinquant’anni fa e riscoprirne la feroce bellezza.



 

 

 

 
 
 
 

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