Si stava meglio

Si stava meglio

C’è un modo per sconfiggere la noia: non avere niente. Viareggio, all’inizio del ventesimo secolo, è un paesello costruito per farne una meta turistica da quattro capomastri che hanno fatto tutto il lavoro edificando il borgo intorno a una torre. Un progetto reale che viene dal basso, così che la strada è dei bambini, della gente: le carrozze passano ma sono ospiti su quelle direzioni di terra e sassi, la strada si lava col sapone, e a occuparsene sono le donne del luogo. Viareggio è dunque come un quadro bellissimo, ma impossibile da verificare. Gli occhi di Giorgio cominciano da subito a registrare tutto, ogni cosa che vede è automaticamente stampata nel cervello in un insieme di linee perfette e studiate. C’è quel muro che divide Villa Paolina Bonaparte dal resto della città, e a un certo punto ci hanno rinchiuso i prigionieri austroungarici che giocavano a pallone coi bambini. Le porte, poi, sono dappertutto, e aperte: la città è fatta d’aria…

Si sa, si stava meglio quando si stava peggio. È una frase formulare. Un po’ come dire che non ci sono più le mezze stagioni. Perché la storia d’Italia è quella di un Paese che ne ha passate tante, disunito in pratica fino all’altro ieri e ancora oggi esasperatamente campanilista, straziato da una guerra durante la quale, specie in città, dov’era più complicato strappare dalla terra un po’ di cicoria o tirare il collo a uno sventurato pollo, si è fatta davvero la fame nera, ma che ha sempre perlomeno avuto il piacere consolatorio di raccontarsi come una nazione di brava gente, solidale, capace di arrangiarsi, dove non c’era niente ma si era felici. E ora che invece lo sviluppo economico è maggiore il benessere non è generale, perché c’è più sperequazione, il lavoro è più difficile da trovare e tutti pensano solo allo smartphone. Come sempre la verità sta nel mezzo: Claudio Di Biagio, giovane sceneggiatore, regista, conduttore radiofonico, youtuber, testimonial, influencer, creativo, attraversa, come recita il corretto sottotitolo del volume, un secolo di storia italiana insieme a chi l’ha vissuta. Sua nonna Lea. Dando realmente voce alla memoria e intrecciando i pensieri e i ricordi con altre tre vicende, liberamente ispirate da lunghe e appassionate interviste con Anna Maria Mori, Giorgio Michetti e Anna Mazzola. Dimostrando come certe esigenze, certe domande, certi problemi, certi temi e interessi (il sesso, l’ambizione, lo stress…) siano comuni a tutti. Mettendo a confronto con affetto due e più visioni del mondo che sono molto meno diverse da come possono apparire. E talvolta la più moderna non è quella di chi ha l’età minore. La scrittura è accattivante, semplice, piana, chiara, lieve ma non superficiale, leggibile e piacevole.



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