Siamo tutti allenatori

Siamo tutti allenatori
È il primo dell’anno e tutto assume i connotati dell’inizio di qualcosa, pur senza dimenticare di strizzare l’occhio al passato. Cammino lungo il sentiero seguendo scrupolosamente le orme di chi ha battuto la strada prima  di me. Incontro uno stambecco e l’emozione di avvicinarlo si tramuta in imprudenza. L’animale fugge leggero e veloce sulle sue zampe muscolose e leggiadre allo stesso tempo. Gli auguro silenziosamente di rimanere alla larga dai cacciatori, che non aspettano altro per vantarsi con gli amici. Mi siedo al bar e i quotidiani titolano, ora allarmati ora trionfali, sulle vicende del nostro Paese, un Paese in cui tutti sono allenatori, parlando con disinteressata semplicità di argomenti difficili e complessi, infiammandosi per discussioni che durano il tempo di una consumazione o di una partita a carte…
Mendo, al secolo Fabio Mendolicchio, non è certo uno che se ne è stato con le mani in mano: cuoco, editore e DJ sono solo alcune delle professioni che ha esercitato nella sua vita. Ma è con Siamo tutti allenatori che decide di esordire come autore, collocandosi dall’altra parte della barricata editoriale. Si tratta perlopiù di un diario in cui esperienza personale e fiction si amalgamano abbastanza bene grazie a uno stile compatto e caratteristico. Le dolenti note infatti riguardano soprattutto l’ambito strettamente narrativo che, nonostante i numerosi aneddoti raccontati, non decolla mai e lascia il lettore in uno stato di paralisi che con il passare delle pagine si trasforma in noia e fa porre la legittima domanda sul perché si stia leggendo questo libro. Troppo statico per appassionare; troppo personale per far immedesimare; troppo discontinuo e frammentario per seguire un immaginario filo logico, Siamo tutti allenatori dà l’impressione di un collage di pensieri e riflessioni riuniti assieme per l’occasione e pubblicati. Decisamente troppo poco.

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