Sidney Chambers e l’ombra della morte

Sidney Chambers e l’ombra della morte
Niente avviene per caso, qualcuno dice. Invece in questo caso ci sarebbe proprio da sostenere che tutto avvenga, o per lo meno sia avvenuto, per caso. Mai e poi infatti al canonico Sidney Chambers, del villaggio di Grantchester, illuminato per l’occasione da pallidi raggi di sole d’autunno, è venuto in mente prima di quel giorno feriale ‒ anonimo come sanno esserlo solo i giorni feriali (ammesso e non concesso che nei festivi ci sia effettivamente qualcosa da festeggiare) ‒ dell’ottobre dell’anno del Signore 1953, di diventare detective. Dopo il funerale di Stephen Staunton, però, un’affascinante signora di età imprecisata viene punta dalla vaghezza di sciorinargli i suoi sospetti in merito al presunto suicidio. Secondo lei l’avvocato di Cambridge a cui è stato appena tributato l’ultimo saluto è in realtà la fresca vittima di un omicidio… San Silvestro, trentuno di dicembre. Anno 1953. Una neve lieve, che sembra voler evitare ogni contatto con il terreno, volteggia sopra l’Hertfordshire. Sidney, stanco e soddisfatto dopo le fatiche del Natale, siede sul treno per Londra. Anche per lui è il momento di passare qualche giorno fra convivialità e religiosità insieme a famiglia e amici. Osserva il paesaggio postbellico lontano anni luce, benché solo tutto sommato pochi chilometri, dal villaggio in cui vive, e si chiede fino a che punto una persona possa cambiare lungo tutto l’arco della propria terrena esistenza… Uno dei doveri ecclesiastici meno amati da Sidney è il digiuno quaresimale. L’astensione dall’alcol non ha mai migliorato la spiritualità né la pazienza del clero di Cambridge: oltretutto l’inverno appena passato è stato a dir poco siberiano… Sette di maggio del 1954. Una data da segnare sul calendario. Sidney, con sua grande soddisfazione, è riuscito a perfezionare l’arte di bollire un uovo… Sidney è ospite di Lord Teversham per un rinfresco di mezza estate. Abituato a cattedrali e abbazie, certo le architetture di una magione nobiliare non gli incutono soggezione: Mackay, il maggiordomo, invece… Sidney borbotta camminando per strada. Perché aveva accettato? Cerca di convincersi che si tratti più che altro di dovere civico e non di orgoglio, ma la voce che si sente dentro le orecchie non gli dà tregua. Così, d’altro canto, ha detto e tramandato ai posteri l’Ecclesiaste: “Vanità, vanità, tutto è vanità”...

L’ombra della morte, Una questione di fiducia, Primo, non nuocere, Questione di tempo, L’Holbein perduto, Un uomo d’onore. Sei racconti. Ma verrebbe da dire, in realtà, sei episodi. Non poteva proprio essere altrimenti: l’inventore delle storie, d’altronde, è James Runcie, da Cambridge (chissà se ha mai preso parte alla storica regata con i carissimi nemici di Oxford), dottore in letteratura inglese, romanziere, saggista, giornalista, ma soprattutto produttore e regista. E il personaggio che ha creato, il fascinoso reverendo Sidney Chambers, è cinematografico. Anzi, televisivo (Grantchester, ITV, in Italia su Giallo, serie appena rinnovata per la terza stagione, con Robson Green e l’ottimo James Norton): sfaccettato e complesso, ma al tempo stesso facilmente fruibile, compiuto pur nella sintesi, innovativo (recita persino in una rilettura del Giulio Cesare ambientata negli anni Trenta perché il regista voleva instaurare un parallelismo tra colui che trasse il dado e nientedimeno che Mussolini…), brillante, intelligente, arguto, ironico, capace di veicolare con semplicità contenuti anche non proprio abituali ‒ si pensi anche solo al discorso sull’omosessualità che fa nel sesto racconto con il suo curato, campione planetario di arrampicata libera sugli specchi ‒, familiare. Chi non conosce un prete, in fondo? Un prete bello, con buona pace di Parise prima e Mazzacurati poi? E un prete investigatore? Se non bastasse il fatto che per mestiere dovrebbero essere fini conoscitori e indagatori dell’anima Padre Brown e Don Matteo sono esempi sufficienti (benché in realtà qui il riferimento principe, va senza dirsi, sia Agatha Christie…), vi pare? In un contesto in puro Old England style ‒ almeno in base a quel che di quel mondo ci è stato sempre raccontato: cottage adorni di rose, servizi da tè, pettegolezzi a mezza bocca ‒, ovvero quella vecchia Inghilterra che stando ad analisti e politologi sembrerebbe aver votato compatta contro la storia, l’accoglienza e il progresso, ossia per la Brexit, e che mal gliene incolga, Runcie, ispirandosi alla vita di suo padre, arcivescovo di Canterbury (un po’ come Amy Brenneman per Giudice Amy, in pratica…), dà origine a un mondo delizioso, piacevolissimo a leggersi e a immaginarsi. E anche per viverci, a meno di non essere una delle vittime dei crimini. O il colpevole, perché la logica schiacciante e la profonda conoscenza del prossimo fa di Chambers un infallibile detective.

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