Silenzi e stanze

Silenzi e stanze

Su di “un vuoto pienissimo” – l’enorme, quasi angosciante, palco della vita – due commedianti: una coppia; entrambi vestiti di bianco; lei è un passo più indietro. Salutano un pubblico inesistente che è appena fuori quel palco, appena oltre la cornice: non abbastanza intimo per stare dentro la loro vita, né tanto estraneo da non essere, da loro, quantomeno omaggiato... New York: un avvocato e la sua segretaria; un matrimonio classico, benedetto da un angelo pasticcione che li ha avvinghiati l’un l’altra per sempre... “A sognare da soli si fa fatica” confessa a sé stessa una donna, seduta su di un letto, appena sveglia. Meno male che esistono gli eserciti di Sognatori Riparatori, perché “ogni cosa della vita [...] è perché è stata sognata almeno una volta da qualcuno”... “Un muro azzurro bruciato da una lancia di sole”: l’interno di un caffè, due donne “allo specchio” e in un angolo – ma da protagonista – una coppia che esce fuori dalla cornice, come un’inquadratura sbagliata... Dedalo è una specie di ingegnere, ma non sa amare: non conosce affatto il senso della vita. Icaro, invece, vola: “vola per dire al mondo che per volare basta crederci molto”... Oltre al tuo personalissimo orizzonte non ne esiste un altro: “un altro che parte da là, dove ai tuoi occhi l’acqua si fa infinito”, mentre due amanti si baciano... Neve è una di quelle donne che non si dimentica, e i suoi occhi “non si possono raccontare. Non si possono dipingere. L’unica è averceli dentro”...

Michele Mozzati – scrittore, editore e autore televisivo e teatrale –, dopo Luce con muri, ritorna a raccontarci il pittore Edward Hopper. O meglio a sbirciare nei suoi quadri – proprio come l’artista curiosava nelle stanze, nelle vite, altrui e sue insieme –, per regalarci, per ogni “fermo immagine”, uno dei racconti possibili, uno degli sguardi possibili dal buco della serratura: il suo – di Mozzati – personalissimo e spalancato orizzonte, il suo sguardo che, da immagine, sa farsi parola (emotiva, ironica: vitale). Se, infatti, due commedianti aprono la raccolta di racconti, è la penna di uno scrittore a chiuderla – a tratti quasi prevalendo sul magistrale quadro di partenza (Girlie Show); l’arte dell’inscenare, che per tutto il libro è stata data e cadenzata, in egual misura (come la musica “sempre uguale” d’un batterista), da pennello e parole, qui sembrerebbe prediligere, seppur di poco, la scrittura: quest’ultima diviene il commediante maschio – l’Arlecchino candido – del quadro del primo racconto, mentre l’immagine (sebbene raffigurante una donna nuda che, solo all’apparenza, richiama lo sguardo e lo vince) è al pari della commediante donna, che fa un piccolo, infinitesimale, passetto indietro in favore dell’altro. In un ex aequo tra pittura e scrittura, l’esplosione finale – seppur più o meno in sordina – è della penna, che si fa autoreferente e, dunque, portatrice delle sue stesse (quasi utopistiche?) gioie: l’obiettivo degli scrittori è quello di “migliorare la vita interiore delle persone”. Sono le ultime parole di una lettrice, scritte al suo autore preferito (un po’ come se nel quadro dei commedianti fosse il pubblico, il grande assente, ad applaudire): sono il riconoscimento d’una vita, dell’Arte colta nella sua più intima, nuda, Bellezza, quella stessa tanto denigrata e mercificata... proprio come la donna del quadro che, nel racconto, diviene Melissa, l’amante dello scrittore-narrante. Ma è anche, in fondo, l’encomio di un’Arte Unica (i commedianti sono, nel profondo, un’anima sola, per sempre coniugata, come nel libro sono immagini e parole), di tutta l’Arte che può essere, insieme, un po’ meretrice e un po’ casta.



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