Silenzio elettorale

Silenzio elettorale
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Sullo schermo vede una serie di nuovi messaggi nella sua casella di posta elettronica, e apre subito quello di Emir. “Sto verificando”, c’è scritto. “Ho richiesto l’informazione in via ufficiale, ma non ho ancora avuto risposta. Dovrò ricorrere a qualche amico. Qui abbiamo una stupida legge sulla protezione dei dati personali che ognuno interpreta a modo suo. La Bosnia, caro mio, è uno stato ordinato e ben organizzato, che protegge la propria gente a ogni passo. Non è mica come da voi in Croazia”. Stribor sorride. Beve un altro sorso di caffè, clicca su reply e scrive: “Siamo in piena campagna elettorale, qui volano colpi bassi. Non credo che il messaggio sia fondato, ma voglio comunque controllare”. Emir è un giornalista del “Dnevni avaz”, lo ha aiutato in un’inchiesta seguita dalle parti di Tuzla due anni prima. “Conosco un amico di un amico”, dice sempre: trova il modo per arrivare a chiunque. Quando Stribor gli ha detto che la segreteria dell’università di Tuzla si è rifiutata di fornire informazioni su un loro studente, Emir si è limitato a sorridere. “Ci penso io”, ha detto. È una persona solare, ancora giovane abbastanza da prendere la vita con leggerezza. Con un vecchio compagno delle superiori, ora docente di marketing alla facoltà di Economia di Tuzla, Emir va a caccia di frodo. Basterebbe fargli una telefonata per scoprire se Ivan Horvatic´, figlio di Stjepan Horvatic´, nato a Osijek il 9 luglio del 1965, abbia effettivamente conseguito una laurea presso quella stessa facoltà. Stribor apre la cartella che ha chiamato “Ivan” e clicca sulla scansione del documento di laurea. L’ha ricevuto per posta elettronica dall’indirizzo amantedellagiustizia88@gmail.com insieme a un breve messaggio: “Un nostro importante politico ha una laurea fasulla. Dovresti controllare”…

La Croazia è una nazione per la cui storia recente la definizione di travagliata, oltre che abusata, è senza dubbio efficace. Nonostante l’apparente tranquillità. O forse proprio per quel motivo. C’è stata la guerra, e i segni sono ancora ben visibili. C’è ancora chi cerca vendetta. Del resto non è che siano passati secoli, anzi, specialmente nell’ordine di grandezza della storia vent’anni circa sono proprio una briciola. C’è ancora chi sottolinea la propria appartenenza. E non solo lì. In tutti i Balcani. In tutta la cosiddetta polveriera a cui la caduta di Tito, della Jugoslavia e della dittatura che teneva insieme a forza le varie etnie ha fatto saltare il tappo, a mo’ di vaso di Pandora. In Bosnia, per esempio, dove tutte le cariche politiche e soprattutto le poltrone sono state moltiplicate per non scontentare nessuno, e dove si costruiscono moschee ma non ci sono più islamici, e le caratteristiche case basse e verdi musulmane dalla particolare sagoma col bagno sporgente sono sempre più vuote, sui pacchetti di sigarette e sulle confezioni di generi alimentari ogni scritta è ripetuta tre volte. In serbo. In croato. In bosniaco. E almeno il serbo è scritto in cirillico, ma gli altri due sono proprio uguali. Grafia e pronuncia. E non ci si viene incontro. Perché il croato dice che è il bosniaco che è uguale al croato, il bosniaco dice che è il croato a “copiare” il bosniaco. Drago Hedl è uno scrittore e un giornalista d’inchiesta. E il suo alter ego gli somiglia parecchio. Perché la linea narrativa che appare più forte in questa prosa eccellente non è tanto quella gialla, pure solidissima (viene ritrovato lungo un fiume il cadavere di una ragazzina incinta, e l’intento dell’ordine costituito è di derubricare il tutto e insabbiarlo prima di subito), quanto la profonda e curata indagine dei meccanismi torbidi ed efferati della corruzione in ogni ordine e grado, morbo che non corrode la facciata ma infetta chiunque, ed è talmente diffuso da essere considerato normale. Fuori dalla norma è invece il romanzo, potente, credibile, elegante, fluido, coinvolgente, raffinato, poderoso, ricco di chiavi di lettura e di interpretazione, di grande importanza civile, classico e insieme originale, brillante.



 

 
 
 
 

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