Skagboys

Skagboys
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Il risveglio è doloroso e rigido con la voce rauca di mio padre. In piedi sopra di me, la fronte spessa tutta aggrottata, a torso nudo, il petto è una foresta di pelame biondo-grigio, è lì che brandisce uno spazzolino da denti. Ci metto tre secondi interi per ricordarmi che sto sul divano di mia nonna a Cardonald. Mi sono addormentato solo poche ore fa e sarebbe ancora buio pesto tranne che per la piccola lampada da tavolo che ha acceso lui. Però ha ragione, bisogna che andiamo: per pigliare il bus in St Enoch’s Square. Quando sono pronto, mio padre fa per andare, ma lei lo ferma. «Dimentichi qualcosa», gli fa. Poi va alla credenza e tira fuori tre bicchierini che riempie subito di whisky. Papà straluna gli occhi. «Ma’...». Lei non lo ascolta. Solleva un bicchiere obbligandoci a fare lo stesso, anche se il whisky io lo odio ed è l’ultima cosa che ho voglia al mattino così presto. «Alla nostra, e chi c’è come noi? Pochi, diamine, e sono tutti morti!», gracchia la nonna. Papà butta giù il suo in un botto solo. La nonna ha già fatto anche lei, come per osmosi, perché manco l’ho vista che si portava il bicchiere alle labbra. E io, per inghiottirlo, mi servono due sorsate che mi tornano su. «Dai, piccolo, che sei un Renton», mi sgrida lei. Glasgow. A scuola avevamo imparato a scriverlo colla frasetta “Granny Likes A Small Glass of Whisky”...

Se Porno, pubblicato nel 2002, racconta che fine hanno fatto i ragazzi di Trainspotting, in Skagboys Irvine Welsh decide di ricostruire l’antefatto, di narrare in che modo Sick Boy, Bedgie, Spud e Renton prendono lentamente la via della droga e della violenza, viste come le sole possibili reazioni alla scoperta che la vita da adulti fa schifo. Siamo nella Scozia degli anni ‘80, nelle grigie periferie di Glasgow, Edimburgo e Aberdeen, e per contrastare la grave crisi economica la Thatcher oppone in tutta la Gran Bretagna il suo pugno di ferro contro minatori, sindacati e “quella cosa” chiamata società. Persi in un esistenza già contaminata dalla povertà, dalla disoccupazione, dal sesso occasionale e privo di alcun sentimento e persino dal calcio visto come un’occasione per menare le mani più che come uno svago, i quattro protagonisti ‒ insieme a un corollario di folli personaggi secondari ‒ trovano nell’eroina la risposta a tutte le loro domande, opponendo l’autodistruzione chimica alla vita. Recuperando il linguaggio geniale di Trainspotting, fatto di espressioni gergali, ironia e invenzioni linguistiche, Welsh narra tutto questo in una miriade di brevi episodi che vanno a comporre oltre 600 pagine di racconto, da leggere d’un fiato.



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