Skeleton Creek

Skeleton Creek
Cosa puoi fare per non impazzire di noia quando hai sedici anni e abiti in un minuscolo paesino dell’Oregon occidentale dall’improbabile nome di Skeleton Creek? Ovvio, vai a cacciarti nei guai. Magari ficcando il naso dove non dovresti. E lo fai con la tua migliore amica, perché nelle avventure strambe è meglio imbarcarsi in due. Il sedicenne in questione si chiama Ryan e insieme a Sarah ha pensato bene di investigare sulle origini di Skeleton Creek, di cui pare che tutti vogliano evitare di parlare. Il mistero deve avere a che fare con la draga che era stata impiantata nella foresta per scavare oro dal sottosuolo, e con l’incidente in cui era morto un operaio, il Vecchio Joe Bush. Così una notte Ryan va con Sarah ad esplorare il macchinario abbandonato. Purtroppo per lui, una volta là si accorge che una minacciosa presenza gli si sta avvicinando in modo poco rassicurante (un fantasma? Magari il fantasma del Vecchio Joe Bush?) e per fuggire cade da una balaustra rompendosi una gamba. Quando lo dimettono dall’ospedale comincia ad annotare quello che gli sta succedendo in un diario, mentre Sarah prosegue a indagare e a filmare tutto ciò che scopre, mandandogli di volta in volta le pass del sito dove ha caricato i video. La faccenda diventa pericolosa, ma si sa che il pericolo attira come una calamita. Non appena Ryan toglie il gesso, i due ghostbusters tornano alla draga. Sarah lascia la videocamera collegata al web perché, se dovesse succedere qualcosa di brutto, qualcuno possa soccorrerli. Sempre che arrivi in tempo...
In Skeleton Creek, il libro-diario di Ryan, ci sono le password per entrare nel vero sito di Sarah (sarahfincher.com). L’ultima, tanginabarrons,  permette di accedere al video che rivela cosa è capitato ai due amici. La storia, infatti, non si conclude sulla carta, ma in Rete. La trovata è di quelle che catturano, mettendo la curiosità di andare a vedere subito quale segreto nasconda la draga maledetta. Chi poi volesse aiutare Ryan a cavarsi dagli impicci e a salvare la pelle, può anche rispondere al suo appello disperato aggregandosi ai suoi fan su Facebook. Se a tutto questo si aggiunge la strana copertina-astuccio che blinda il volume ai curiosi, Skeleton Creek potrebbe sembrare soltanto un buon horror per young adults in odore di furberia. In realtà è molto di più. Tanto per cominciare, Patrick Carman non affligge il suo protagonista del solito gergo falsamente adolescenziale e gli regala uno stile svelto e accurato, che tratteggia a carboncino, con parole e dialoghi spesi a proposito, emozioni e sensazioni, luoghi e persone, ombre e scricchiolii. La sua paura in presa diretta è realistica, credibile, e trasmette piccoli sussulti gelati nella schiena. Anche le password di Sarah non sono buttate lì a caso. Ognuna è un rimando a spaventi d’autore: casadegliusher tira in ballo Edgar Allan Poe, drjekyllemrhyde cita il capolavoro di Stevenson, peterquint è l’inquietante domestico revenant de Il giro di vite di Henry James, lucywestenra la vampirizzata del Dracula di Bram Stoker, miltonarbogast il detective di “Psyco” e tanginabarrons la medium di “Poltergeist”. Tutta gente che con l’orrore ci va a nozze. Carman riesce nell’impresa di connettere letteratura e nuove tecnologie e corona l’opera nel filmino conclusivo, che con le immagini sussultanti, i primi piani angosciati e l’atmosfera di malvagità incombente, ammicca a “The Blair Witch Project”. Da brividi, a qualsiasi età. Ed è solo il primo volume della serie. Il terrore continua, a Skeleton Creek.

 

 

 

 
 
 
 
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