Slow days, fast company

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Los Angeles è una cometa lucente e abbagliante nel suo risplendere ma così effimera e fragile da consumarsi come un sospiro. Perché nella realtà Los Angeles “non è una città. È uno studio cinematografico gigantesco, disordinato e in continua evoluzione” dove tutto avviene in via confidenziale. Eve Babitz ama Los Angeles, la città che è per lei rifugio e condanna tanto da non riuscire ad adattarsi in nessun altro posto al mondo. Scrive, vede gente, ha amici, amanti, molti amanti e la reputazione d’eccellenza che spetta a chi ha un padrino come Igor Stravinsky, un padre violinista della 20th Century Fox Orchestra e amici di famiglia del calibro di Charlie Chaplin, Greta Garbo e Bertrand Russell. Eve ama viaggiare e gira l’America in lungo e largo, con qualche complice-amico al seguito o semplicemente con alcune conoscenti, per lo più attrici e modelle, più spesso mogli ricche di facoltosi e indifferenti uomini d’affari. Va a Bakersfield con Frank D. per visitare l’azienda agricola del padre di quest’ultimo, soggiorna a Palm Springs nella lussuosissima dimora di Nikki Kroenberg e parte in vacanza ad Emerald Bay con il suo nuovo fidanzato gay, Shawn. Sono i giorni della rincorsa di un ideale difficile da trovare, cocaina e LSD ad accompagnare notti insonni tra alcol e promiscuità nei locali più à la page di L.A. Eve sa che non sarebbe mai diventata l’adulta che avrebbe dovuto essere ma vive con sfrontatezza i suoi anni migliori, con uno sguardo sempre aperto sul mondo e gli occhi puntati ai tramonti più fiammeggianti che Los Angeles ha in serbo per lei...

Figura iconica e affascinante, simbolo assoluto e incarnazione perfetta dello splendore e della decadenza dell’America a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70, Eve Babitz ha attraversato con leggerezza e passione le strade dorate del jet set hollywoodiano senza però diventarne vittima. Sarà forse perché come dice di se stessa “non sono diventata famosa ma ci sono andata vicina quanto basta da sentire la puzza del successo. Sapeva di stoffa bruciata e gardenie marce, e ho capito che la cosa veramente orrenda del successo è che in tutti questi anni l’hanno presentato come il rimedio che avrebbe aggiustato tutto”. Cresciuta in un ambiente artistico e patinato, Eve si distingue subito per la sua spregiudicatezza. Non è particolarmente bella, si definisce anzi piena di difetti e imperfezioni però gode di una pelle “così sana che irradia leggi morali tutte sue” e di una dentatura perfetta che a suo dire rappresenta “il vero segreto dell’universo”. Ironica, tagliente ma anche poetica e sognatrice, Eve ha storie con attori e musicisti, Jim Morrison le dedica una canzone, Harris Ford, Steve Martin, Ed Ruscha hanno con lei relazioni fugaci ben prima di raggiungere la notorietà. Non è un caso se il nome di Eve Babitz viene ricordato più per le numerose e famose storie d’amore che per il suo talento di scrittrice e artista di quel periodo (come non ricordarla a vent’anni in una famosissima foto, mentre gioca a scacchi, nuda, con Marcel Duchamp). Solo dopo diversi anni i suoi libri sono stati riscoperti e ripubblicati dando loro la rilevanza e il plauso che meritano. Leggere Eve Babitz è scoprire una donna in cammino, in tutte le sue contraddizioni, con tutti i suoi eccessi ma assolutamente vera. La scrittura è magnetica, sincera, mai svincolata dall’esperienza personale dell’autrice che non si nega al lettore e che finisce anzi per regalare sempre e dovunque testimonianze originali di una vita eccezionale. Non ci sarà forse nulla di eroico nell’esistenza di Eve, d’altronde come si può osannare una donna che ha sempre e solo vissuto per se stessa e per i suoi piaceri? No, magari non la si può esattamente prendere come esempio da seguire, eppure oggi che ha 74 anni ed è un’anziana signora con ustioni su buona parte del corpo per un banale incidente avvenuto nel 1997, ai margini della società civile, con pochi e selezionati amici, la sua testimonianza appare imprescindibile per capire un’epoca e un paese come l’America. Lo scintillio delle stelle, i soldi, il successo, la fama non offuscano la superba capacità che Eve ha nel guardarsi dentro, mettendo a nudo le proprie fragilità e le proprie debolezze: “così quando hai tutto ti ritrovi con niente. Soprattutto se sei una donna e sei lì che aspetti il principe azzurro. […] Chissà se sarò mai capace di avere quello che mi piace o se i miei gusti sono troppo vari per reggere a una sola delle tante cose”. Eppure in un mondo in cui la depressione, i suicidi, la tristezza e l’abbandono governano i destini dei più fortunati, Eve resta salda. Tra alterne vicende supera i suoi stessi limiti e diventa grande senza perdere né smalto né indipendenza. Non è quindi un caso che la Sony Tristar Television abbia comprato i diritti di tutti i suoi libri per farne una serie televisiva che si preannuncia di grande successo. Nell’attesa, vale la pena leggere questa autobiografia nella prima edizione italiana (meravigliosa la traduzione di Tiziana Lo Porto) che ci restituisce l’esperienza di vita di una delle donne più importanti anche se meno conosciute del dorato mondo di Hollywood degli anno Settanta.



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