Snow Crash

Snow Crash

Los Angeles, ventunesimo secolo, CosaNostra Pizza comanda il mercato delle consegne a domicilio delle pizze. Appena uscita dal forno, la pietanza viene caricata sulle automobili che volano a tutta velocità verso la casa di chi ha effettuato l’ordine. I “korrieri” hanno mezz’ora di tempo per portare a termine la consegna. Scaduto il tempo, è meglio non farsi vedere da Zio Enzo, che li farà rimpiangere del ritardo. Hero Protagonist, hacker squattrinato, fa consegne a tempo perso e prova a battere il tempo passando per una enclave privata, una specie di residence chiuso all’esterno. Il cancello si sta chiudendo, riesce a passare all’ultimo, ma sfortunatamente si trova davanti una piscina vuota, che non ricordava dall’ultima consegna. Fortunatamente Y.T., una thrasher (cioè una skater) che si era arpionata alla sua vettura, riesce a consegnare in tempo il cartone. L’inatteso incontro fa nascere un sodalizio lavorativo fra i due, che dalle consegne a domicilio passano alla vendita di informazioni private alla CIC, una società nata dalla fusione di CIA e Library of Congress. La ricerca di news avviene nel cosiddetto “Metaverso”, una sorta di realtà virtuale che ricorda Second Life, in cui ogni utente può costruirsi un avatar e una vita nuova. Lì Hero incontra Raven, un losco figuro che tenta di fargli provare una nuova droga, lo Snow Crash, attraverso la lettura di una smart card. Lo stesso virus/droga farà collassare Da5id, il suo migliore amico hacker. Cosa si nasconde dietro allo snow crash? Chi è in verità Raven? E perché nel club per hacker “Sole Nero” è ricomparsa Juanita, l’ex di Hero?

Sembra impossibile che questo libro possa essere stato scritto nel 1992, anticipando con precisione cristallina la realtà che viviamo tutti i giorni oggi, dopo quasi trent’anni. Man mano che passa il tempo troviamo praticamente avverate tutte le diavolerie pensate da Stephenson: il Metaverso è internet con la pervasività dei social, i computer e i telefoni si collegano alla rete senza fili, la vita diventa sempre più frenetica e le case diventano sempre più piccole (il protagonista vive in una stanza di pochi metri quadri), le città diventano sempre più grandi e aumenta la tendenza a chiudersi in micro centri protetti (le “enclave”), l’unica forma di sostentamento per hacker talentuosi è la vendita di informazioni (Google in sostanza è questo), le persone virtuali diventano “avatar”, il software “Bibliotecarioe” che ricerca qualsiasi informazione è Wikipedia, etc. Il libro nel 1992 dà una scossa definitiva al cyberpunk, di fatto chiudendo un’era della fantascienza, prende il meglio di quello che aveva teorizzato Gibson nella cosiddetta “Trilogia dello Sprawl” (Neuromante, Giù nel cyberspazio e Monna Lisa cyberpunk) e lo rende più vicino al lettore, problematizzando le questioni irrisolte, fino a chiedersi in sostanza chi sia – ancora una volta – l’uomo e da dove prenda le idee per costruire la realtà (risposta: dai miti?). Un libro che a tratti risulta un po’ datato (per certi versi è come leggere Jules Verne), ma apporta una buona dose di ironia nel mondo cyberpunk e aggiunge una sapiente dose di realtà, ponendo problemi di “bontà” dei luoghi in cui l’uomo si sarebbe apprestato a vivere nei successivi decenni. In questo è forse propedeutico a una critica della uberconnessione contemporanea, in primis teorizzata da Evgenij Morozov. Un classico della fantascienza di sempre.



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