Sogni di Bunker Hill

Sogni di Bunker Hill
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Nella Los Angeles del 1934 Arturo Bandini sopravvive facendo l'aiuto cameriere: un dollaro al giorno più i pasti. È bravo, ma il suo sogno è quello di diventare uno scrittore. E il sogno si realizza nel momento in cui un fotografo del “New York Times”, avventore del ristorante e al momento decisamente ubriaco, riesce a far pubblicare un articolo sul giovane cameriere che dal Colorado è giunto a Los Angeles per cercar fortuna nel mondo dell'editoria. Inizia così il suo lavoro di narratore per Heinrich Muller, il direttore della rivista “The American Phoenix”. Con i primi centocinquanta dollari Arturo compra un abito di classe all'Emporio dell'usato Goodwill. Il suo primo impiego nell'editoria è come revisore di testi per l'agente letterario Gustave Du Mont, un omino strano che ama i gatti randagi e odia leggere i racconti orrendi che arrivano al suo indirizzo. Soprattutto quelli delle ragazze molto ricche e altrettanto banali come Jennifer Lovelace, la cui visione colpisce Arturo come un sogno a occhi aperti: “c'era così tanto da vedere in lei, e i miei occhi si posarono sui contorni del suo corpo, la sensualità dei fianchi e della vita solleticante”...
John Fante scrive l'ultimo capitolo del suo alter ego letterario Arturo Bandini nel 1982, ormai cieco e dilaniato dal diabete, dettandolo alla moglie nei mesi che hanno preceduto la sua morte. Un percorso che si snoda proprio come un sogno, fra le colline di Bunker Hill, il suo desiderio di affermarsi come scrittore e le amicizie false e stucchevoli del mondo cinematografico di Hollywood. Il lettore si immerge fra le strade di Hollywood Boulevard, soffre con Arturo Bandini per la frustrazione dello scrittore che si sente inutile, quando la sua prima sceneggiatura viene completamente stravolta dall'esperta sceneggiatrice Velda van der Zee che banalizza il suo copione. Fra personaggi grotteschi e amori sbagliati. Siamo con lui nel cottage sulla spiaggia in cui si rifugia ormai stanco della superficialità hollywoodiana. Quando riabbraccia la semplicità della vita familiare, fra i suoi genitori poveri e ammirati nell'avere un figlio famoso e i fratelli che gli chiedono timidi come sono le stelle del cinema. Prendiamo lo stesso pullman di Arturo quando fugge dal freddo Colorado per tornare a Los Angeles e speriamo davvero che scriva quell'unica frase perfetta, e poi la seconda e la terza, e via di seguito fino a scrivere per sempre. “The Time has came - the Walrus said - To talk of many things...”. Come se in fondo sia proprio la vita, ad esser un lungo sogno privo di senso.

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