Sola a presidiare la fortezza

Sola a presidiare la fortezza
“Non sono mai stata altrove che malata. In un certo senso la malattia è un luogo, più istruttivo di un lungo viaggio in Europa”. Deve essere stato un cammino ben tortuoso e accidentato quello intrapreso dalla scrittrice Flannery O'Connor, fatto delle ispide, irte salite del dolore: affrontando a denti stretti le silenziose, strette curve lastricate di farmaci, svalicando poi, oramai senza fiato, la collina di un pallido, ingannevole miglioramento. In questa amara traversata, che prese avvio dalla pancia degli Stati Uniti d'America (dal Sud, dalla Georgia, terra di fuochi nella notte carichi di insensata rabbia), la scrittrice non fu mai davvero sola, pur vivendo in un isolamento che sarebbe potuto divenire materia per un racconto: uno spazio dilatato dalla scarsità di contatti, diviso con la madre e gli adorati pavoni (la sua passione). Tra una stazione e l'altra della via crucis chiamata “lupus eritematoso sistemico”, la stessa malattia che colpì e devastò il padre, la O'Connor visse sulla carta mille e più vite parallele: inventandole per i propri personaggi, raccontandole nelle lettere spedite ad amici, agenti, parenti. Sedeva ogni giorno alla scrivania scura ed ingombra di cianfrusaglie, Flannery, e dopo tre ore di lavoro costante ai testi (“il fatto è che se non ti metti seduta tutti i giorni, al momento buono tu non ci sei”), apriva gioiosa le finestre della stanza: era il momento di far volar via colombe di carta, indicando loro la strada per arrivare a destinatari trattati sempre con divertito affetto. Scrivendo lettere argute, ironiche, fermava nel tempo leggero della carta le conferenze tenute all'università, i libri letti e recensiti, le idee sulla Chiesa (da fervente e lucida cattolica quale fu), le minuzie di casa, gli animali da cortile, finanche un pellegrinaggio. Dal 1948 al 1964, anni in cui conobbe il successo come scrittrice rimanendo sempre a debita distanza dalle sue lusinghe, rubò momenti di sollievo ad una malattia troppo forte per chiunque: grazie alle missive spedite e ricevute si fabbricò un paio di gambe nuove capaci di resistere alla stanchezza, nutrite con una curiosità senza uguali, regalando ai fortunati corrispondenti una saggezza incorrotta, ed incorruttibile...
Se esistesse un modo per coniugare acume ed umorismo, Flannery O'Connor ne sarebbe la regina incontrastata: pettinatura ordinata, occhiali dalla montatura di corno, gamba finta e orribili stampelle a farle da supporto. Sola a presidiare la fortezza è il diario di questo esperimento riuscito, portato a compimento, dispiegato nelle lettere spedite tra il 1948 e il 1964, anno della morte: il filo diretto con la realtà che la scrittrice conobbe solo nello spazio minimo di libertà concessole da una grave patologia, con devastanti conseguenze. L'esistenza della O'Connor si interruppe bruscamente sulla soglia dei quarant'anni, e a scorrere le poche, ordinarie notizie biografiche, l'impressione è che nulla o quasi sia accaduto a questa donna minuta e forte: qualche trasferimento, rari viaggi, un amore non corrisposto, la passione per i volatili. A dominare su tutto, forse prendendosi a braccetto, forse sfidandosi su chi avrebbe avuto la meglio, forse ancora spalleggiandosi, furono la scrittura e la malattia: la prima considerata un serio affare quotidiano, nulla a che vedere con la sregolatezza o il genio incontrollato; l'altra la compagna fedele, non voluta, che rese il cibo amaro e il sole sempre offuscato, anche a mezzogiorno. Questo epistolario, tesoro prezioso per conoscere la persona Flannery e la scrittrice O'Connor, ci restituisce giornate simili eppure diverse: pur scandite dagli stessi ritmi, la medesima attenzione riservata a dovere e piacere, i pensieri e le parole usate per descriverle non sono però uguali a quelle passate, o alle prossime, future. Intrecciando una fitta corrispondenza con destinatari conosciuti stagione dopo stagione, ai quali rimase fedelmente legata fino alla fine, Flannery O'Connor è testimone diretta della propria epoca (sì, lei, inchiodata alle medicine, senza televisione) e perfetta indagatrice di se stessa: par quasi di vederla china alla scrivania, intenta ad un muto dialogo circa fede e dolore su fogli pronti ad assorbirne gli umori sempre intelligenti, mai cinici. A colpire di queste lettere è, infatti, la lucidità dello sguardo, la ricchezza di temi, la naturale serietà con la quale ogni argomento passa attraverso la penna e, filtrato, torna all'interlocutore gravido di nuove, profonde domande: e in cui neppure per caso s'indulge ad un patetico e pietoso rammarico per una condizione senza vie di fuga. Dopo aver letto Sola a presidiare la fortezza sarà forte, incancellabile, il rammarico per la precoce perdita di un'autrice che avrebbe potuto ancora dare, comunicare, commuovere: con la quale avremmo voluto dialogare anche noi, sicuri d'avere indietro la parola giusta, costruita su grazia e cultura. Dovunque sia ora, però, consola forse immaginarla mentre prende le distanze dalle cose futili, non necessarie, intenta “alle cose importanti, come i pavoncini”. 

 

 

 

 
 
 
 
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