Soli eravamo

Soli eravamo
Il conte Lev Tolstoj, ottantadue anni, in perenne contrasto con la moglie Sofja, una notte non può trattenersi dal fuggire. “Dove si potrebbe andare per essere lontano?” chiede ai pochi che lo accompagnano. Parte in treno, lui che ha trasformato i treni in un simbolo di morte. Anche Rimbaud sceglie la fuga: il giovane prodigio lascia la Francia per l’Africa, il ragazzo dai capelli spettinati diventerà un commerciante dalla pelle cotta e i vestiti bianchi… Kafka, lo scrittore dello smarrimento e dell’angoscia, ha 39 anni ed è vicino alla morte quando incontra una bambina in lacrime: ha perso la sua bambola, e da quel momento Kafka diventa il postino che le consegna le lettere della sua bambola lontana. Una prova di narrativa per rendere più accettabile la separazione, con la “paura terribile” di non trovare un finale autentico… 
Fabrizio Coscia fa un raffinato lavoro di montaggio, intrecciando aneddoti a riflessioni sull’arte e sulla vita, e mescolando il saggio alla narrativa. Nascono così delle biografie parallele che uniscono Isaak Babel’ a Pasolini, Mozart a Casanova, Joyce a Hopper, Vermeer a Keats. Sono vite che si incontrano tra di loro per inclinazioni, ossessioni e aspirazioni; ma che soprattutto si incontrano in noi. Coscia si imbatte in Pasolini a otto anni, prima al cinema e poi al telegiornale, conosce così la violenza e l’imbarazzo dei parenti a raccontargli una morte “losca”; a diciassette anni legge Joyce, si innamora e si identifica nell’appassionata dedizione di Michael Furey. “Può l’arte modificare la nostra vita?” è la domanda implicita che attraversa Soli eravamo. La nostra risposta dopo questa lettura è sicuramente sì.

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