Solo la terra resiste

Solo la terra resiste

Murdo si presenta alla sua porta con un sacchetto. Mike lo apre, srotola l’involucro di carta e al suo interno vi trova due belle e grosse trote. Mike lo ringrazia, pensa che le cucinerà la sera stessa e invita Murdo a condividere il pasto. Murdo accetta, e nel frattempo entra in casa, sollecitato dall’amico a dare un’occhiata ad una foto. Mike, infatti, sta preparando la mostra dedicata a suo padre, un apprezzato fotografo, e da diverso tempo guarda e riguarda l’archivio in cerca delle immagini migliori e più significative. Non solo, deve anche scrivere l’introduzione del libro che uscirà in concomitanza alla mostra di Edimburgo e questo lo mette alquanto in ansia, sicuramente per il rapporto che aveva con il padre, uomo geniale ma sfuggente, poco incline ad essere una figura di riferimento tradizionale nella vita del figlio. Mike vuole far vedere a Murdo la foto che ha appena ritrovato, l’unica che li riprende tutti insieme, come una vera famiglia: lui, suo padre e sua madre. La madre non sembra particolarmente felice, nota Murdo, e Mike non può che dargli ragione, i suoi avrebbero presto divorziato, non che abbiano mai vissuto una vita felice insieme. Ma c’è un’altra particolarità in quella foto: non è stata scattata dal padre Angus. Mike si ricorda bene quel momento, perché l’artefice della foto era un uomo strano, un barbone da cui tenersi alla larga per la madre Isobel, un personaggio eccentrico, da fotografare, un matto probabilmente, per il marito curioso e di mentalità aperta. Anche in quell’occasione i suoi genitori avevano litigato. A Mike non era importato molto chi fosse o non fosse, si ricorda solo che a un certo punto l’uomo l’aveva fissato, avvicinato e gli aveva donato un bel ciottolo bianco e lucido...

James Robertson racconta la Scozia moderna. Strutturato in sei parti ‒ le prime apparentemente slegate fra loro, ma in realtà intrecciate come solo gli abili narratori sanno fare ‒ il romanzo ci guida in cinquanta e più anni di storia scozzese, in settecento e oltre pagine, con riferimenti alla politica, all’economia, alla società. Non negherò che la lettura richiede un certo impegno, non tanto per la corposità del volume, quanto per le parti intrise delle vicende e delle lotte fra i vari partiti pro e contro l’indipendenza del Paese che, a volte, rallentano la lettura rappresentando una realtà a noi distante e non troppo conosciuta ‒ anche se, a termine lettura, potrete vantarvi di sapere che il cardo è il simbolo della Scozia e la leggenda ad esso collegata. Le note a fine testo, chiare e informative, aiutano in questo, così come interessante è la postfazione dello stesso autore che ci spiega il suo intento di rispondere con questo romanzo alla domanda “Come siamo arrivati da lì a qui?”. Al di là degli interessi che un lettore può certamente avere nei confronti di una terra così affascinante, l’opera è un’ottima lettura per tutti, per le umanità che Robertson ci regala. Personaggi complessi, le cui storie nella Storia potrebbero essere quelle di ognuno di noi. Ritratti come quello della adorabile Jean Barbour con le sue storie surreali e sconclusionate (storie nelle storie nella Storia) non potranno non affascinarvi così come la sensibilità di Don ed il rapporto con la sua famiglia o, ancora, l’inquietudine di Jack. Robertson ha vinto con questa opera imponente il Saltire Society Scottish Book of the Year Award nel 2010, per la seconda volta. Per lettori coraggiosi, che però vedranno premiata la loro audacia.



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