Solo me ne vo per la città

Solo me ne vo per la città
In fondo al corridoio c'è il “planetario”, una specie di sala d'attesa semicircolare piena di spifferi gelidi. Fuori soffia la tramontana, che spazza il cielo facendo brillare tutte le stelle, ma in particolare una, la sua, la più luminosa. Di là, in una di quelle stanze d'ospedale, sua madre sta morendo in silenzio e senza lamenti, le labbra riarse che lui ogni tanto bagna con un cucchiaino, gli occhi persi nel vuoto... Sono stata concepita in una fredda notte di fine gennaio del 1917. Il marito di mia madre era al fronte, i suoi due figli al piano di sotto del casolare con i nonni. Nella camera da letto c'erano solo mia madre e quel tenente genovese dagli occhi trasparenti e i modi gentili, finito poi chissà dove...
Un figlio e una madre. Lui la guarda morire immobile in un letto d'ospedale, lei racconta la sua vita dura e tribolata. Lui è un giornalista divorziato con una figlia cresciuta troppo in fretta e troppo in fretta volata a studiare dall'altra parte dell'oceano; lei è una povera figlia di nessuno, semi-analfabeta e votata alla fatica, al sacrificio e all'umiliazione. Enzo Gaiotto (ri)scrive un romanzo doloroso e commovente, pescandolo dalle ceneri del suo esordio letterario, La finestra socchiusa (Il Molo, 2007). La narrazione procede incrociata. Una parte in terza persona maschile, l'altra in prima femminile. Anche il ritmo è diverso: lento, cadenzato e silenzioso nella sospensione rarefatta dell'ospedale, frizzante e vivace sulla bocca della vecchia Annina. I passaggi da un narratore all'altro sono collegati da espedienti mirati, che fanno delle due storie una sola, in un continuum di vita e morte, silenzio e rumore, immobilità e movimento. È una scrittura antica e fatta di parole semplici, quella di Enzo Gaiotto. Sullo sfondo c'è una Livorno che sa di mare e di miseria, brulicante di energia. Un romanzo struggente, da leggere senza fretta, gustandone in bocca e nel cuore ogni parola, ogni virgola, ogni spazio bianco.

 

 

 
 
 
 
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