Solo uno di noi dorme

Solo uno di noi dorme
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È tornata a casa, ma nonostante abbia sempre e solo voluto un luogo da abitare, a cui tornare, quelle mura la inquietano. Non sta bene dietro le finestre che guardano cieche la neve. Non sta bene in quella stanza che nessuno usa più da quando lei e le sue sorelle hanno troppo da fare per tornarci. Non sta bene sotto lo sguardo di una madre che sta morendo, versa il tè con mani grigie e il cui viso assume fattezze che potrebbero essere le sue. Non sta bene da sola. Non sta bene nell’abbandono. Non sta bene senza il nuovo uomo che è tornato dalla sua famiglia dopo averle riempito la vita lasciata vuota dal mancato amore per il defunto marito. Non sta bene nei colori dell’inverno. Non sta bene nel letto che trattiene il freddo. Non sta bene e i ricordi non danno tregua, quelli di bambina e quelli di adulta, delle passeggiate nei boschi che lui non amava, dei caffè in Svezia che avevano sempre qualcosa di sbagliato, delle telefonate dall’Italia. Non sta bene perché sua madre ha una voce che non si zittisce nemmeno dopo morta, perché non sa cosa dire alle sue sorelle. Non sta bene nell’atmosfera sospesa dell’inverno che sembra vivere della promessa di attese infinite. Non sta bene perché gli oggetti come il mortaio di sua madre, lo schema per le file da piantare nell’orto, il telefono che giace sul tavolo le creano disagi impensabili…

È una narrazione sincopata, fatta di frasi brevi, rotte, una finestra aperta su pensieri innescati e ispirati da oggetti, colori, sensazioni, ricordi, quella che la scrittrice danese Josephine Kluogart mette su carta per conto della sua narratrice anonima. Il rincorrersi dei pensieri, scandito da un uso audace della punteggiatura, senza punti interrogativi o esclamativi, dà al testo un tono piatto, monocorde, quasi da lamentazione. I due punti sono spesso l’unico iato in questo monologo che immaginiamo rauco. Le parole precipitano come da altezze vertiginose, si affastellano sulla carta in ordine sparso, la narrazione è a tratti rotta come da pause, veri e propri singulti della donna che si muove tra passato e presente con leggerezza incorporea, come una visitatrice inattesa, che non voglia lasciare tracce della sua presenza, ma sia anzi venuta per cancellarle tutte. La lettura di Solo uno di noi dorme è impegnativa, faticosa al punto da lasciare il lettore spossato e senza fiato, ma, allo stesso tempo, innesca meccanismi involontari di riflessione, rischiara angoli bui della mente e innamora per le sue struggenti descrizioni dei paesaggi esterni come di quelli dell’anima, avvia tortuosi percorsi di scoperta che ogni volta terminano in un punto cieco, rimbalzando e respingendo indietro il lettore, negando la visione d’insieme che a ragione o a torto ci si aspetta come ricompensa finale.



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