Somalia

Somalia. Passione italiana nel Corno d'Africa

L’idea che una “incisiva presenza dell’Italia in Africa” fosse necessaria risale al Risorgimento: a Mazzini, Cavour, Cattaneo, Correnti e Bixio, tra gli altri. Il taglio del Canale di Suez tra 1859 e 1869 contribuisce a modificare la collocazione internazionale del Paese, perché – come sostenne Gaetano Salvemini – il Mediterraneo era diventato così “la grande via delle genti, il passaggio obbligato fra l’Europa, l’Oceano Indiano e l’Estremo Oriente”. L’Italia si trova ad essere una pedina importante nella gara fra potenze per la spartizione del mondo. La crisi economica che sta vivendo, con tassi elevati di disoccupazione e una forte emigrazione interna, la spinge a cercare colonie da usare come “valvole di sfogo”. Le mire italiane si concentrano sull’est africano, compreso fra i grandi laghi e la valle del Nilo da una parte e l’Oceano Indiano e il Mar Rosso dall’altra, anche perché Francia, Gran Bretagna, Germania, Belgio, Portogallo e Spagna hanno direttamente o indirettamente il controllo di tutto il resto del continente. Viene occupata l’Eritrea nel 1890, ma è tutto più complicato del previsto: le inattese difficoltà militari incontrate nella operazione causano la caduta del Governo Crispi. A questo punto l’attenzione dell’Italia si sposta sulla Somalia: si tratta di una specie di trapezio irregolare di 637.000 km2, con circa 3000 km di costa. I Romani la chiamavano “Aromatum Regio”, Terra degli Aromi, perché gli abitanti della Somalia settentrionale nell’antichità commerciavano incenso e mirra, mentre la zona meridionale era abitata da cacciatori e pastori organizzati in clan. La situazione, dopo secoli e secoli, non è molto cambiata. Il Paese che il Governo italiano vuole conquistare è quasi completamente sconosciuto: è considerato comunque semiarido, povero, inospitale, di scarsissimo interesse commerciale. L’approdo e lo sbarco sono difficoltosi e quindi le comunicazioni marittime sono difficili; non esistono strade, ad eccezione di un tratto tra Mogadiscio e Afgoi ci sono soltanto piste di terra battuta. Nel 1901, a Benadir, vi sono soltanto tredici italiani malgrado la zona sia di fatto sotto il nostro controllo, ma nel giugno 1905 il Governo dichiara costituita la Colonia italiana della Somalia e inizia ingenti investimenti, inviando mezzi e truppe in loco…

Una storia della Somalia che parte dalle esplorazioni ottocentesche, passa per l’accordo datato 1891 tra Regno d’Italia e Sultano di Zanzibar e la famosa concessione alla Compagnia Filonardi degli scali del Benadir, la formazione nel 1905 della Somalia meridionale italiana e gli anni fino alla Grande Guerra, tra espansione territoriale e decadenza economica. Poi affronta il complesso capitolo del fascismo e dell’Africa Orientale Italiana, naturalmente, a partire dal Governatorato di Cesare Maria De Vecchi, passando per la cessione da parte dell’Inghilterra nel 1924 della regione dell’Oltre Giuba e l’occupazione italiana del Sultanato di Obbia, del Nogal e della Migiurtinia tra 1925 e 1927, per il consolidamento degli anni Trenta arrivando fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e all’occupazione britannica. E poi la perdita delle colonie italiane, l’eccidio di Mogadiscio, il compromesso Bevin-Sforza, l’AFIS, la nascita della Repubblica Somala, il colpo di stato militare del 1969, la dittatura di Siad Barre, la sua caduta nel 1991, la guerra civile e l’intervento ONU, gli scontri tra le fazioni jihadiste e quelle governative nei primi anni Duemila, l’occupazione eritrea, il processo di pace culminato nel 2012 con la Conferenza della speranza sotto l’egida Usa, la faticosa rinascita del Paese negli ultimi anni. Una storia della Somalia che è innanzitutto un atto d’amore (non a caso il sottotitolo del volume è Passione italiana nel Corno d’Africa) per questa patria di “pastori, guerrieri e poeti”, una terra tormentata che sorprende chi la visita con “la gioia della visione di tersi cieli stellati, di enormi distese di terre colme di boscaglia e popolate da animali selvatici, di estese coltivazioni di piante alimentari, di interessanti zone desertiche, di grandi silenzi, di tramonti indimenticabili”. Gli autori del resto sono due anziani signori per i quali la Somalia ha contato tanto nella vita: Remo Roncati – che ha diretto dal 1954 al 1966 il Collegio Professionale Agrario di Genale-Merca operando nei quadri dell’Amministrazione Fiduciaria Italiana della Somalia e tornato in Italia ha fatto il professore e il preside presso scuole secondarie di primo grado – e Renato Maccanti (purtroppo scomparso nel gennaio 2018), che da giovane diplomato in agricoltura tropicale e subtropicale fu inviato per tre anni nel Paese africano come insegnante, prima di una serena carriera qui da noi come dirigente dell’azienda di cosmetici “Testanera Schwarzkopf”. Roncati ha curato il testo nella sua complessità, mentre Maccanti ha svolto la parte relativa alle campagne militari, la sua passione da sempre (scriveva anche articoli di storia militare per l’UNUCI Toscana). Siamo di fronte quindi a un’operazione più sentimentale che storiografica, malgrado nel volume – come sempre per la collana I Diamanti di Solfanelli di grande e bel formato – non manchino gli approfondimenti, soprattutto sulla vita quotidiana e le attività agricole e industriali. Un polso più fermo nell’editing avrebbe dato forse un impianto più equilibrato al saggio e avrebbe evitato i molti strafalcioni nell’uso della punteggiatura e dei corsivi.



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