Sono stata all’inferno

Sono stata all’inferno

Il corpo senza vita del marito di Patience giace sul pavimento del loro negozio. Lei sente l’odore metallico del sangue, lo guarda zampillare dalla ferita e allargarsi per terra. Sono arrivati in moto, in un attimo gli hanno sparato perché è cristiano e sono scomparsi. Ancora Patience non sa che la morte rapida è una fortuna e che in seguito invidierà quella fine. Il dolore di quel momento è solo l’inizio. Andrea non ha confidato a nessuno i suoi progetti, solo ora in agenzia pronuncia con determinazione la sua volontà di andare a Maiduguri, in Nigeria. L’impiegata ha lo sguardo incredulo: l’aeroporto è stato bombardato! Andrea le chiede se può raggiungere la città in autobus. Ma sono quasi tremila chilometri di strada che costeggiano la foresta di Sambisa tristemente conosciuta come luogo dove sono tenute prigioniere le studentesse di Chibok. Ma Andrea vuole andare e allora l’impiegata scova un volo della Compagnie nigeriana Medview che ha ripreso a volare. Andrea non esita un attimo, ordina decisa di comprare due biglietti, uno è per Renate, con cui si è sentita solo per telefono fino a un mese prima. Renate ha sessantacinque anni, è stata responsabile per diversi anni della sede della missione di Gavva, i piedi dei Monti Mandara, vicinissima alla foresta di Sambisa…

Sono stata all’inferno è il racconto in prima persona di Patience, riportato dalla giornalista Andrea C. Hoffmann. La storia di una giovane donna africana cristiana, incinta, che riesce a fuggire dalla prigionia dell’organizzazione terroristica di Boko Haram, che letteralmente vuol dire “l’istruzione occidentale è proibita”. Patience come testimone delle migliaia di donne che dal 2010 sono vittime dei terroristi islamici che non fanno prigionieri, ma solo prigioniere, uomini a cui “qualcuno doveva aver avvelenato” le menti. Donne spezzate, che dopo il rapimento sono ulteriormente schiacciate dal disprezzo generale proprio per le violenze subite. Donne che hanno la tenacia, nonostante tutto, di combattere, di affrontare i pericoli più grandi per salvare la vita dei figli, bene e speranza preziosi, che hanno il coraggio di raccontare la tragedia che continua a consumarsi in quella regione poverissima a Nord–Est della Nigeria, lontana dall’Occidente non solo geograficamente. Un linguaggio misurato come solo chi vive un dolore profondo riesce a utilizzare, che non si focalizza sui particolari orripilanti, che tuttavia ogni tanto emergono con forza in tutta la loro ferocia proprio per le poche semplici parole usate.



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