Sono stato a Lisbona e ho pensato a te

Sono stato a Lisbona e ho pensato a te
Ecco la testimonianza in quattro incontri, ognuno avvenuto di sabato nel corso dell’estate del 2005, in un ristorante della bella Lisbona. Chi parla è Sèrgio de Souza Sampaio, nato nel ’69 in Brasile e poi trasferitosi, da migrante, in Portogallo, per lasciarsi indietro la povertà di un Paese “di merda, terra di ladri e figli di puttana”. Quando non se ne può più e la sensazione è quella di buttare via la propria vita, indipendentemente dal fatto che si abbia un figlio piccolo a cui badare, avuto dal legame con una donna instabile e di cui non si è per niente innamorati, non si può fare a meno di partire. E Serginho emigra pensando di andare a stare meglio, complice l’idea di poter parlare portoghese esattamente come nella patria natia (così non sarà) e fiducioso grazie alle parole del signor Oliveira che gli assicura che quello è il “miglior paese del mondo”. Se ne va, allora, con il sogno di guadagnare molti soldi, tornare a casa e darsi all’acquisto di immobili per poi non dover più pensare a come sbarcare il lunario. La realtà è però diversa da come la si immagina per ipotesi. Serginho sarà costretto a lavorare come cameriere, perdendo il posto dopo soltanto un anno, soppiantato dai migranti in arrivo dall’est, gente sveglia e poliglotta. E allora, proprio per lui che con la speranza nel cuore aveva anche smesso di fumare con immensa fatica, non resta che applicarsi come muratore, l’immancabile sigaretta tra le labbra a rompere il patto con le aspettative mentre un senso di nostalgia si fa strada nel cuore, la meglio conosciuta saudade...
Velatamente autobiografica, questa testimonianza che è tutto un fluire di ricordi in piena è un esempio di come si possano trasformare le memorie altrui nelle nostre. La sensazione che si avverte, leggendo Luiz Ruffato (ancora poco conosciuto in Italia ma considerato una delle voci più originali del panorama brasiliano, uno che ha venduto pop corn e ha lavorato al tornio prima di diventare scrittore), è quella di aver seguito Sèrgio tra le strade di Lisbona e di essergli stato accanto nei suoi percorsi mentali, nei suoi momenti di sconforto e in quelli in cui ha pensato di potercela fare. Ruffato è uno scrittore che sa bene come conquistare il suo pubblico: senza troppi fronzoli, con stile diretto e cuore aperto, rappresenta magistralmente e in poche pagine non solo il problema dell’emigrazione ma anche il dramma del rapporto tra ex colonie e madrepatria. In Portogallo gente come Sèrgio è disprezzata, odiata, emarginata e il sogno fa presto a infrangersi contro la dura realtà.

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