Sono un selvaggio

Sono un selvaggio
Autore: 
Traduzione di: 
Articolo di: 

A un anno dalla nascita, nel 1849, Paul Gauguin sbarcò con la famiglia in Perù, la terra della nonna materna. L’idea di trasferirsi nel Paese dalla nativa Francia era stata del padre, Clovis, un giornalista antimonarchico originario di Orléans, che si era convinto a fondare un giornale nella capitale peruviana. Per ironia della sorte, Clovis fu l’unico dei quattro Gauguin partiti ‒ oltre a lui e Paul, anche la moglie Aline e la figlia Marie ‒ a non iniziare una nuova vita in America Latina: già malato di cuore, morì improvvisamente durante il viaggio, all’altezza dello stretto di Magellano. Dopo quattro anni dall’arrivo a Lima, per il giovane Gauguin e per quello che restava della propria famiglia arrivò il momento di lasciare la casa del vecchio zio, Don Pio De Tristan Moscoso, che li aveva ospitati e coccolati fino a quel momento. Bisognava far ritorno in Francia: il nonno paterno era venuto a mancare e c’era la necessità di regolare la successione. Paul, che da quando aveva iniziato a parlare conosceva solo lo spagnolo, dovette iniziare così a familiarizzare con il francese. Entrò in un collegio ad Orlèans, poi in un seminario, quindi, prese a solcare i mari come allievo ufficiale di marina, accumulando, nel giro di pochi anni, un numero considerevole di esperienze. Esperienze anche con le donne, s’intende. Sì, perché, prima di diventare un grande artista, Paul Gauguin divenne un grande libertino…

A un anno dalla nascita, Paul Gauguin intraprendeva il primo dei numerosi viaggi verso quelle mete esotiche e remote che avrebbero fatto da sfondo a tutta la sua vita e a gran parte della sua opera. Il Perù, poi la Bretagna, Panama, la Martinica, Thaiti, le Isole Marchesi: non fughe dalla realtà, ma immersioni totali nella realtà. La realtà di un artista, certo, che non doveva essere la vivacità pettegola e vanesia dei centri culturali più frequentati del Vecchio Continente, ma l’ascolto attento del proprio cervello, la sede dell’istinto selvaggio. Ripercorrendo, attraverso questa antologia di lettere, scritte nel tempo alla moglie e agli amici più cari (Émile Bernard, Charles Morice, André Fontainas…), ci si confronta con un Gauguin fiero di aver raggiunto la “selvatichezza” e, allo stesso tempo, si scopre un Gauguin padre e marito affettuoso, perfettamente consapevole delle difficoltà materiali in cui, ogni volta che prendeva il largo, lasciava Mette, la madre dei suoi cinque figli. “Il mio affare è l’arte, è il mio capitale, l’avvenire dei miei figli, è l’onore del nome che ho dato loro, tutte cose che un giorno serviranno loro […]. Di conseguenza, lavoro alla mia arte che in soldi non vale niente, al presente (i tempi sono difficili), ma che prenderà forma per l’avvenire”, scriveva. Emblematica risulta l’osservazione di Susanna Mati, la curatrice del prezioso volumetto ‒ poco meno di trenta pagine, stampate in 2000 esemplari su carta vergata ‒, sulla solitudine che l’artista aveva imposto a se stesso: “Gauguin lascia famiglia, lavoro, casa, equilibrio, tiene cara la propria malattia, ama il proprio destino di diversità, si sorprende ad esser l’eccezione laddove di lui si voleva che fosse quotidiano e tassabile; concepisce letteralmente l’andare altrove per guardare in sé come in una lontananza, per tenere a distanza l’Europa, per cercare la selvatichezza del simbolo”.



 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER