Sorelle Materassi

Sorelle Materassi

Tutte le macchine di passaggio a Santa Maria a Coverciano, una “larva di paese” addormentato per le strade dei colli fiorentini, chiedono delle Sorelle Materassi, “cucitrici di bianco” arroccate oltre quel cancello niveo sporcato dalla ruggine, rintanate nel loro arsenale, come nel loro paesino, come nella loro indissolubile “zitellaggine”. Sono figlie di una clausura privata, di due vite dimentiche di viversi e, totalmente, ritorte su loro stesse (“sono decrepite e bambine”). Sono state figlie di un padre dissoluto, di un dolore da rattoppare col solo lavoro. Sono statiche stacanoviste, salde come i “leoni di terracotta” che ne presidiano la dimora, la fortezza. Ma anche la terracotta, stanca, può lasciarsi frangere al primo terremoto. Teresa e Carolina sono le vere colonne della famiglia, le signorine Materassi per eccellenza: l’una più severa (la sarta vera), l’altra più vulnerabile ma che come un arbusto che si piega senza mai stroncarsi. Totalmente devote alla loro religione del lavoro, non hanno spazio per altro: né per il riposo, né per Giselda, la sorella minore, del tutto incapace nella loro arte, poiché mai hanno “perso tempo” a insegnargliela. Ella è trattata come una serva dispettosa (colpevole d’aver vissuto, seppur per poco, l’amore), nonostante, in casa, ci sia già la vecchia e colorita serva Niobe. Resta, infine, Augusta, la quarta sorella, quella lontana, sposata e confinata “in Ancona”. Qui si recano, infatti, con estremo sacrificio, Teresa e Carolina (mai mossesi prima di casa se non una volta sola, per andare a Roma): al capezzale della sorella morente, le promettono di tornare a casa con un insolito (per loro) souvenir: il giovane nipote da accudire…

Remo, allora, increspa il loro tranquillo pantano: è l’uomo in quanto tale (incarna la vera epifania del maschio in casa Materassi), sempre e solo vagheggiato, e fuggito. È la bellezza e la gioventù mai vissute («quei pantaloni piovuti per un miracolo fra tante “sottanacce”»). È la vita che irrompe e seduce. Si insinua per, poi, rompere gli argini e straripare oltre, fuori la loro gabbia di merletti e di pizzi. Remo è un personaggio etereo (un santo, un simulacro da omaggiare, una statua greca da venerare), che ricorda, a tratti, il protagonista di Perelà uomo di fumo dello stesso Palazzeschi: è un prescelto che si culla nella borghesia (per la quale, si badi, non risparmia reiterate similitudini animalesche), che nel non rovesciarla, ma nell’usarla a proprio piacimento, più la rende assurda e la sbriciola tutta. Nel carezzarla, la colpisce. La sbugiarda, senza turbarsi affatto, come non fosse davvero sua questa terra. Remo è il poeta che si mischia alla vita senza sporcarsi, ma iniettandole, piano, la divina licenza del bello inteso come dissipazione (economica e amorosa). Lo scrittore sperpera attraverso un grottesco che scopre il fianco alla caricatura, che cresce lungo tutto il romanzo, dilaga, s’allunga come una coperta che, nel coprire, voglia svelare le storture dei corpi del mondo. Nel dare la carica all’ironia, il Palazzeschi prepara il lettore alla grande farsa finale, dove ben si intuisce se: «Era la vita, quella, o si recitava una commedia? L’una cosa nell’altra, tutte e due le cose insieme».



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