Spada

Spada
XVIII secolo. A diciassette anni, Filippo Bornardone arriva a Parigi per 'fare l'uomo d'azione' e arruolarsi nel corpo dei Moschettieri del re. In tasca ha una lettera di raccomandazione di suo zio, l'uomo che gli ha fatto da maestro di scuola, di vita e d'armi, indirizzata al capitano dei Moschettieri, d'Artagnan. Al fianco, uno spadone d'acciao di Pomigliano pesante e sgraziato, ma letale. Nel cuore, un coraggio e una spavalderia senza limiti, uniti a un rigido senso del dovere. La Francia è ancora sconvolta dalle conseguenze di un'audace congura portata avanti nei mesi precedenti dal cavalier d'Herblay, più noto come Aramis, uno dei famosi quattro moschettieri (assieme al già citato d'Artagnan, a Porthos e ad Athos), che ha tentato di sostituire a Luigi XIV sul trono il fratello gemello Filippo Marchiali. Il complotto però è fallito, e ora Aramis è in fuga e braccato, mentre Marchiali è stato mandato in esilio sulle Isole di Santa Margherita con il volto coperto da una maschera di ferro. Il tragitto di Bornardone dal Meridione d'Italia alla capitale di Francia è stato lungo, e quindi il giovane ha avuto modo di conoscere bene i suoi compagni di viaggio: un frate gioviale che gli ha fatto mille domande, uno studioso di origine ebraica chiamato Levine che lo ha preso in grande simpatia e una coppia, i Jeannot, della cui metà femminile Filippo si è pazzamente invaghito. Appena giunto a destinazione, il ragazzo si accorge con orrore che la sua borsa con i soldi e la lettera di raccomandazione per d'Artagnan è stata rubata: una rapida valutazione dei fatti gli fa capire che il responsabile - incredibilmente - è il frate curiosone, e Filippo si getta a capofitto al suo inseguimento. Giunto in un convento del centro di Parigi, il giovane aspirante moschettiere sorprende il frate ladro in ansiosa conversazione con un individuo misterioso, ma quando sta per affrontarli inciampa e batte la testa, svenendo. Al suo risveglio, Filippo si ritrova incatenato in una segreta puzzolente, dove rimane per alcuni giorni senza cibo né acqua. Quando ormai dispera di sopravvivere, viene liberato dai moschettieri del re, intervenuti in forze perché nella struttura religiosa si nascondeva nientemeno che il pericolo pubblico numero uno, Aramis (sì, il misterioso individuo era proprio lui). Bornardone non fa in tempo a gioire per la sua salvezza, che scopre che la sua amata spada è stata distrutta: a 'parziale' risarcimento gli viene donata una stupenda spada di Toledo abbandonata da Aramis durante la fuga per sfuggire alla cattura. Dei soldi invece nessuna traccia. Provocato senza motivo da un moschettiere attaccabrighe, il ragazzo napoletano si vede poi costretto a combattere in duello, e uccide il moschettiere, mostrando grande abilità con la spada. La sua fama si diffonde tra i moschettieri, ma d'Artagnan non tollera assolutamente i duelli e in assenza di lettere di presentazione le possibilità di arruolarsi paiono remote: per conquistare la stima di d'Artagnan e un posto da moschettiere, Filippo Bornardone quindi si mette in testa di trovare Aramis e consegnarlo alle autorità. E così facendo si trova coinvolto in trame di potere che - da ingenuo qual è - non immagina nemmeno...
Quanta strada ha percorso Giuseppe Ferrandino dal sulfureo noir in salsa di camorra di Pericle il Nero (il suo folgorante romanzo d'esordio giunto nel 1993 dopo tanti anni di onorata carriera nell'ambiente fumettistico italiano) a questo Spada: difficile immaginare linguaggi, storie, atmosfere, personaggi tanto diversi. Eppure si intravede in filigrana - quasi impercettibile - una sottile linea di contatto, una vicinanza, un'assonanza. Le chiavi di lettura di questo romanzo-monstre (1150 pagine così tra capo e collo) possono essere molte: romanzo di formazione, romanzo storico d'avventura, diario sentimentale, per dirne alcune. Ma il senso complessivo dell'operazione mi pare sia significativamente più ambizioso: completare la celeberrima trilogia che Alexandre Dumas ha dedicato agli spadaccini di Francia, il Ciclo dei moschettieri ( I tre moschettieri, Vent'anni dopo, Il visconte di Bragelonne) pubblicata a partire dal 1844 a puntate sulla rivista Le Siècle. E non solo con lo spirito di omaggio 'apocrifo' che anima per esempio i moderni epigoni di Arthur Conan Doyle o di Ian Fleming, ma con la determinazione a seguire per filo e per segno - anche stilisticamente - il canone dumasiano. Ecco quindi rinascere per noi il feuilleton dell'epoca d'oro: linguaggio pomposo, avventure mirabolanti, colpi di scena a raffica, ritmo-colori-equivoci come in una commedia, gusto teatrale per i dialoghi serrati, finanche qualche ammiccante licenziosità e una spruzzata di grand-guignol. Aggiungete un pizzico di 'napoletanità' nell'adorabile personaggio di Filippo Bornardone (l'ischitano Ferrandino proprio non ce la faceva a prescindere dalla sua cultura d'origine nemmeno nella Francia del XVIII secolo, e del resto non mancano le testimonianze storiche di moschettieri italiani), e avrete un coktail davvero gustoso: da Dumas padre Ferrandino - a onor del vero - mutua anche le insopportabili cadute di ritmo di alcune situazioni (i pranzi interminabili a casa Lefranc conditi da schermaglie verbali di poco conto stroncherebbero un mulo), ma è in tutta evidenza un'operazione voluta, filologica direi. I momenti più brillanti e godibili del romanzo? Quelli dedicati agli amori del giovane Filippo, che si invaghisce praticamente di tutte le donne giovani e graziose che incontra lungo la storia, e ne incontra parecchie: sospiri, rossori, palpiti, baci struggenti, incarnati pallidi e soffici appena intravisti, sguardi complici, una quantità tale di non detto da rendere impossibile non emozionarsi. Colto, inusuale, controtendenza, irrestibilmente demodè, Spada è romanzo da non lasciarsi sfuggire per tutti quelli che ogni tanto (o sempre!) amano fare a meno di minimalismo e post-modernismo letterario. Per aiutarli ad affrontare un libro tanto ponderoso a cuor leggero però, forse, avrebbe giovato la pubblicazione a puntate su una rivista. Che per Dumas non veniva a caso, a pensarci bene.

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