Spia contro spia

Spia contro spia

Dopo aver curato la sua formazione culturale e svolto l’addestramento militare, il serbo Duško Popov, figlio di un industriale di Dubrovnik, decide di trasferirsi a Berlino per il dottorato di ricerca. È qui che stringe amicizia con Johann Jebsen, uno studente ricco e brillante, dai nervi d’acciaio e dal comportamento fiero capace di manifestare la sua umanità non tanto a parole quanto nelle azioni. Sono gli anni della Germania hitleriana e Johnny è un convinto antinazista, talmente contrario agli ideali del regime da sostenere Duško quando questi decide di impegnarsi nell’ostacolare la propaganda degli studenti filonazisti all’Auslander Club. Un comportamento pericoloso che causa a Popov un richiamo da parte della Gestapo, interessata a sottoporlo a un interrogatorio approfondito seguito dal suo ritorno in patria. Passano tre anni a Johnny, che non aveva mai smesso di apprezzare le qualità dell’amico malgrado la lontananza, lo incontra all’hotel Serbian King di Belgrado per proporgli una missione di spionaggio. Il convinto antinazista per evitare l’addestramento militare è entrato nell’Abwehr, servizio di intelligence tedesco comandato dall’ammiraglio Canaris, ansioso con lo scoppio del conflitto mondiale di tenersi informato sugli indirizzi della politica internazionale. La sua posizione adesso però non è più chiara come in passato e ancora per molto tempo Duško si chiederà se veramente il dissenso verso il Nazismo dell’amico si sta esprimendo nel tentativo di distruggere l’intelligence dall’interno. Jebsen offre al serbo un incarico delicato e di grande responsabilità: raccogliere informazioni dagli esponenti politici e militari francesi che si trovano a Belgrado sulla tendenza del loro Paese a collaborare con il regime hitleriano. Il protagonista è diventato un rispettabile uomo d’affari e può avere queste notizie senza esporsi eccessivamente, ma è solo la sua prima missione in qualità di spia, a cui si affiancherà l’attività di controspionaggio per l’intelligenze inglese…

In questa autobiografia l’autore ricostruisce attraverso le proprie esperienze il clima che regnava negli anni del secondo conflitto mondiale negli ambienti della diplomazia e dello spionaggio. Una guerra parallela alle azioni belliche, fatta di diffidenza contro ogni informazione spesso non rispondente alla realtà e di uomini che, come Duško Popov, pur di veder affermati i propri ideali avendo un ruolo predominante erano disposti a lavorare nel controspionaggio facendo il doppio gioco ed esponendosi al rischio di essere scoperti. Una delle accuse che il generale di divisione Menzies, dirigente del MI6 dell’intelligence inglese, rivolge al protagonista è di avere troppi stemmi sulla propria bandiera, ma ammette che “… per il vostro lavoro è l’ideale”. Quella di Popov è un’opera che si completa lentamente giorno dopo giorno per dare al nemico nazista informazioni sommarie o inesatte, attraverso un sottile gioco di sotterfugi. Il primo insegnamento che il protagonista riceve dal suo referente inglese Bill Matthews è di non avvicinarsi mai troppo alle cose per non avere informazioni approfondite ed essere costretto a favorire i tedeschi. Come accade in una delle prime missioni che Popov svolge in Inghilterra, durante cui è incaricato di indagare su una base aerea per caccia e lui una volta giunto nelle immediate vicinanze del suo obiettivo, si accontenta di averne una descrizione sommaria e poi si nasconde in un bar con Matthews. Con un linguaggio che evita eccesivi termini tecnici e tende al dialogo e uno stile romanzato Duško Popov, scomparso il 18 agosto del 1981 a Opio in Francia all’età di 69 anni, ha lasciato una testimonianza divertente e particolareggiata sulla realtà dello spionaggio e del controspionaggio, spesso poco conosciuta se non a livello della ricerca universitaria perché messa in secondo piano rispetto agli eventi bellici.



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