Spingendo la notte più in là

Non arriva inaspettato quel giorno, il 17 maggio del 1972, per la famiglia del commissario Luigi Calabresi, arrivato a Milano alla fine del 1966, assegnato all’ufficio politico dove si occupa di eversione a partire dal 1968, motivo per cui ha partecipato anche all’indagine sulla strage di piazza Fontana, avvenuta il 12 dicembre 1969. Nella notte tra il 15 e il 16 dicembre di quell’anno, alle 23:57, Giuseppe Pinelli, un ferroviere anarchico ex partigiano, è morto precipitando dalla finestra dell’ufficio del commissario al quarto piano dell’edificio della Questura di Milano, dove è stato interrogato e torturato, trattenuto oltre le 48 ore di fermo. Le circostanze della sua morte, non chiarite tempestivamente e opportunamente, hanno permesso l’inizio di una campagna accusatoria che ha individuato in Calabresi il responsabile, una martellante campagna di denuncia sociale e politica anche da parte di numerosi intellettuali di sinistra. Da tempo i segnali di tensione e pericolo crescente hanno fatto sì che la paura e persino l’angoscia siano diventati compagni di vita della famiglia composta da due figli piccoli – il maggiore, Mario ha soltanto due anni -, dal capofamiglia Luigi che allora ha trentacinque anni e da sua moglie Gemma Capra, incinta. La posta la ritira Luigi al mattino presto, facendo attenzione che lei non legga le lettere e i messaggi che arrivano ogni giorno, sui muri compaiono scritte esplicite che lo indicano come il commissario “assassino” e il giornale “Lotta Continua” non risparmia accuse e vignette. L’1 ottobre 1970, una settimana prima dell’inizio del processo per diffamazione contro il giornale conseguente alla denuncia di Calabresi ma destinato a trasformarsi in un processo contro di lui, scrive: “Siamo stati troppo teneri con il commissario Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente, di continuare a fare il suo mestiere di poliziotto, di continuare a perseguitare i compagni. Facendo questo, però, si è dovuto scoprire, il suo volto è diventato abituale e conosciuto per i militanti che hanno imparato a odiarlo. E il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e Calabresi dovrà pagarla cara”. Qualche giorno prima di morire Luigi Calabresi, che ha preso l’abitudine di appuntare le cose strane che nota intorno a lui, pedinamenti compresi, chiede a sua suocera di prendersi cura di Gemma e dei suoi bambini. Quel 17 maggio, dopo essere risalito in casa – una volta per sistemarsi il ciuffo, una seconda per cambiare la cravatta rosa con una bianca, preferendola “perché ha il colore della purezza”, così sua moglie ricorda abbia detto –, alle 9.15 mentre apre la portiera della Cinquecento blu di Gemma gli sparano due volte, la prima alle spalle, poi alla nuca. Mario per anni serberà due ricordi, una sensazione felice per qualcosa che ha vissuto con suo padre la domenica precedente e poi, più nitido, quello che accadde quando un amico di famiglia varca la porta di casa e dice qualcosa a sua madre che urla. Passeranno anni prima che ne parli con sua madre, serviranno poi i processi per affrontare brutalmente i fatti di quel giorno. L’inchiesta sulla morte di Pinelli, condotta dal giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio, terminò il 27 ottobre 1975 con una sentenza assolutoria per Calabresi; il 28 luglio 1988 Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, militanti di Lotta Continua, furono arrestati per l’omicidio Calabresi in seguito alle accuse del pentito Leonardo Marino, alcuni hanno scontato la pena, altri sono latitanti. Di fatto, sostiene Mario – nel frattempo divenuto giornalista affermato – per coloro che di fatto aprirono la stagione terribile degli anni di piombo, così come per i responsabili di altre vittime – dal vicebrigadiere Antonio Custra al giornalista Walter Tobagi, al giuslavorista Mario Biagi e tanti altri – è esistita una “fine pena” registrata con un timbro ufficiale. Hanno ripreso così le loro vite, si godono le loro famiglie, alcuni siedono anche a Montecitorio. Per loro invece, “le vittime”, questa fine pena non è mai arrivata, quello che è stato loro tolto è stato tolto per sempre. Il più giovane dei fratelli Calabresi, quello che in braccio a suo padre non è mai stato, è il più duro in famiglia e davanti alla foto di Sofri in barca al laghetto di villa Borghese con figlio e nipotina ha detto con rabbia: “La differenza è qui, ricordatevelo, nostro padre il nonno non lo ha potuto fare”. In casi come questi, ricorrenti, è sempre la loro madre a calmarlo, la donna che ha cercato da quel giorno di non coltivare mai l’odio nei suoi figli ma l’amore per la vita e il rispetto per le istituzioni, anche quando hanno mancato di attenzione, rispetto, sostegno e sensibilità. Ed è così che Mario ha provato a fare nella sua vita, allontanando la rabbia e l’odio, “spingendo la notte più in là”…

I versi che danno il titolo a questa specie di mémoire del giornalista Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi – “papà Gigi” – vittima di un attentato, il primo eseguito con la stessa tecnica utilizzata negli anni successivi dalle Brigate Rosse e da altri gruppi di sinistra, sono tratti dalla raccolta L’intermittenza del giallo di Tonino Milite, l’illustratore e poeta che sposò la vedova del commissario e ne ha cresciuto i tre figli. Ma soprattutto esprimono lo sforzo compiuto una madre per permettere ai suoi figli, privati del padre in circostanze così drammatiche, di non farsi derubare oltre coltivando sentimenti di rabbia, odio e vendetta. Questo libro però, certamente autobiografico, è dedicato a tutte le vittime del terrorismo e apre spesso finestre sulla vita, le esperienze, il dolore di altre mogli, altri figli che son visti privati dei loro cari, quasi tutti colpevoli di servire lo Stato e considerati quindi “servi del potere”. Francesca Marangoni, ad esempio, è un medico e suo padre, direttore sanitario del Policlinico di Milano, il 17 febbraio 1981 fu ucciso sotto casa dalle Brigate Rosse, accusato di essere servo dello Stato e della Dc, colpevole di aver testimoniato contro infermieri che con motivazioni politiche avevano creato dei danneggiamenti all’ospedale. Lei non ha mai trovato le parole per spiegare la storia del loro nonno ai suoi figli ed è amareggiata per come si è sentita trattata dopo l’omicidio, “I brigatisti si portano dietro un’aura di persone impegnate, di combattenti, invece erano dei poveretti che facevano la lotta armata per riscattare delle vite senza prospettive, gente povera di idee e di spirito. […] A me sembra che la società in generale abbia solo un rispetto formale per noi e per chi è morto, sintetizzabile nella formula ‘il dolore dei parenti’”. Questa è solo una delle storie che Calabresi raccoglie e nemmeno la più triste; se si pensa al racconto della figlia del campano vicebrigadiere Custra, che non ha mai conosciuto suo padre ed è cresciuta accudendo – lei! – una madre privata della voglia di vivere, costretta a pagarsi anche lo psicologo che l’aiuta a guadare faticosamente le sabbie mobili dell’anoressia e della bulimia, una tristezza infinita si fa strada inesorabile nel lettore. È un libro doloroso questo di Calabresi, che trascina chi legge in una sofferenza privata che nasce da una Storia che appartiene a tutti. È doloroso che si sottolinei come la necessità di voltare pagina debba essere accompagnata da un ascolto pari dedicato alle due parti, lì dove invece gli scaffali dedicati a quegli anni, dice l’autore, siano pieni ma spesso a senso unico, lì dove i racconti appartengano prevalentemente a coloro che hanno ucciso, delle vittime quasi non ce ne sono, lì dove ci sono ancora quelli “che ci giocano, che continuano a frequentare pericolosi confini linguistici e a coltivare l’odio e il rancore”. È pur vero che il libro è del 2007 e il panorama editoriale potrebbe essere cambiato, ma è vero che su quegli anni ancora non è stato detto tutto e certamente anche oggi Calabresi avrebbe ragione quando afferma che “troppe verità mancano, troppe responsabilità non sono state accertate, molti attendono ancora giustizia e il dibattito resta inquinato dalle convenienze e dalle autodifese, anche quelle generazionali” e che per voltare davvero pagina “Lo Stato avrebbe dovuto scambiare la libertà anticipata con un netto impegno alla chiarezza e alla definizione delle responsabilità” e che tutti, ancora oggi, dovrebbero evitare toni in qualche modo romantici nel parlare di terrorismo. Chi cerca la chiarezza, la verità dei fatti, la parola definitiva su tanti dolorosi “misteri” della nostra storia recente non le troverà in questo libro, forse per scelta, forse perché quello che pare vedersi in trasparenza è soprattutto la necessità di Calabresi di scrivere per affrontare fantasmi privati della propria storia privata, condividendo questo dolore. Ed è anche un grido, sofferente senza dubbio, che ci dice “Vi ricordate di noi? Esistiamo anche noi, ascoltateci! Non c’è soltanto la voce di chi ci ha tolto tanto senza che nessuno sembra più farci caso o averne memoria”. Se davvero vogliamo conoscere la storia di quegli anni, nei quali probabilmente siamo nati ma di cui forse sappiamo pochissimo, non ci resta che ascoltare la voce di chi li ha vissuti da vicino. Possibilmente non da una solta prospettiva.



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