Spiriti animali

Spiriti animali
L’arcigno, misantropo, sessuomane e sopra le righe avvocato Borrani conduce la sua solita vita fino a che un bel giorno nel suo studio non irrompe una donna dall’accento spagnolo che lascia ai suoi collaboratori un cane femmina di nome Cioppi e una busta chiusa. L’uomo è costretto ad occuparsi della cagnetta pur contro il suo desiderio, ma piano piano si affeziona all’animale, fino a diventarne dipendente e a ridursi ad uno stato regressivo di natura infantile, che alterna a stadi di zoofilia. La donna - di cui non si conosce l’identità - sembra letteralmente sparita dalla faccia della terra, così l’avvocato è costretto a indagare sulla sua figura, che si avvicina sempre più a quella di una banda di narcotrafficanti sudamericani che nascondono ovuli di cocaina nelle viscere dei loro cani. Ben presto, Borrani che è pur con tutte le sue eccentricità persona acuta, riuscirà a sbrogliare il bandolo della matassa…
Quinto romanzo di Giuseppe Benassi, avvocato che esercita la professione a Reggio Emilia, che vede protagonista il suo collega Borrani dopo L’omicidio Serpenti o l’enigma del bosco sacro, Omicidio a Calafuria e altri putiferi, Invidia e Occhi senza pupille. Spiriti animali è opera che cita volentieri il giallo classico di Simenon, di Agatha Christie, insomma le storie di tutti quegli investigatori che lavorano nel ramo o si improvvisano tali e hanno il fiuto per cacciarsi sempre nei guai per poi risolvere brillantemente casi all’apparenza irrisolvibili. Ma il giallo di Benassi è giallo che non intrattiene e che anzi annoia. La causa della faticosa lettura è da imputare alla mancanza di idee, alla poca fluidità narrativa, alla poca scioltezza dello spirito aneddotico della vicenda stessa, nella quale l’ironia è di grana troppo grossa, il plot davvero troppo telefonato per potere essere anche solo credibile (credibile potrebbe esserlo pure, se non fosse che la storiella in questione l’abbiamo letta e vista troppe, troppe, volte) e si dipana all’interno di una scrittura soporifera - anche se vorrebbe essere rocambolesca - per quanto in fin dei conti lineare. Il fallimento lo dimostra il fatto che l’autore si è fatto pubblicare i cinque volumi da ben quattro case editrici diverse. Del resto, parliamoci chiaro: se appassionasse i lettori, questo avvocato Borrani emigrerebbe romanzo dopo romanzo di casa editrice in casa editrice? Unica nota positiva, che rende leggibile in parte il romanzo, è sicuramente la figura dell’avvocato Borrani, costruita nelle vesti tipiche del misantropo, dell’uomo solitario incapace di adattarsi al suo ambiente.  La città di Livorno, sfondo delle vicende, è altrettanto cupa, costruita e ricostruita con intelligenza, arguzia, umida, come lo sfondo di un buon noir dovrebbe essere. Sono questi forse gli elementi più interessanti di un romanzo senza pretese - anche se vorrebbe averle (andare a scomodare persino il povero Lord Byron!) e questo forse irrita più dei difetti di base - che trova la sua ragion d’essere, come dicevamo, in ciò che sicuramente l’autore conosce meglio: il mestiere dell’avvocato e la città di Livorno.

 

 

 

 
 
 
 
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