Splendore

Nel cuore di Roma, in un palazzo d’epoca fascista nei pressi del Tevere, Guido e Costantino crescono a un tempo vicini e lontani, come due rette parallele. Non potrebbero essere più diversi. Il primo vive al quarto piano, è figlio di un medico e di una bellissima architetto belga impegnata in mille attività mondane, distante come una dea, persa dietro qualche tormento incomprensibile per un bambino che si sente solo; lei ha fagocitato ogni altro affetto possibile per lui, forse solo uno zio scapolo, critico d’arte, ha un qualche peso nella vita del ragazzino. L’altro è figlio del portiere e vive nel seminterrato, tra l’odore penetrante delle verdure stufate che sembra portarsi sempre addosso. Per anni si guardano da lontano: “Costantino era l’essere più lontano da me al mondo, un bambino senza nessuna attrattiva”. Per anni fanno la stessa strada per andare  a scuola, al Liceo finiscono persino nella stessa classe. E la distanza si accentua: Guido è esile, ateo, intellettuale, inquieto, Costantino massiccio, cattolico, sportivo, volenteroso ma opaco. Tra loro contatti sporadici e occasionali, fino a che da adolescenti qualcosa cambia, le loro solitudini così diverse cominciano a cercarsi, attratte proprio dal loro essere così dissimili. Un sentimento confuso che si insinua tra i turbamenti e le tempeste ormonali dell’adolescenza, un’attrazione istintiva che non sa darsi un nome e ora si abbandona e si arrende a se stessa ora si ritrae con vergogna. Fino a quel giorno di grande dolore, quel giorno in cui la morte di sua madre riversa in Guido una sofferenza e uno smarrimento disperato. In quel momento solo Costantino, allora militare, tornato di corsa in licenza da Venezia, sa trovare parole che consolano, gesti che leniscono, solo lui sa essere balsamo per una ferita aperta. “E davvero accadde. E fu contro natura. E davvero vorrei sapere che cos’è la natura”. E da allora, per quarant’anni, sarà sempre così, amore e dolore, passione e rifiuto, lunghi silenzi e timidi ritrovarsi, tra Roma e Londra, figli e spose, tragedie personali e altre forme profonde d’amore, fino a rischiare di morire insieme, quando tutto poteva essere, forse, finalmente, fino a perdersi per ritrovarsi in qualche modo, nel mare dove tutto è cominciato. Allora, “nell’estate della bellezza” …
In una intervista concessa a Mangialibri, a proposito di un altro suo romanzo Margaret Mazzantini ha detto:”Sì. […] Mi piace scrivere d’amore. Soprattutto di storie d’amore imperfette come questa, che nasce come amicizia e poi si nutre, si cementa su una mancanza”. Ecco, questa risposta-definizione si addice anche a Splendore, una storia d’amore imperfetta, struggente, dolente, bellissima come tutte le storie d’amore impossibile (o quasi) che non si sporcano mai di vero e restano incantate come favole senza lieto fine. Solo che la storia di Guido e Costantino potrebbe essere benissimo una storia vera in cui protagonista, prima che l’amore, è il bisogno difficile e sofferto di consapevolezza, un percorso lungo alla ricerca di risposte che alla fine si trovano solo in se stessi. Sarà per questo che una storia d’amore tra due uomini così raccontata non ha nulla di mieloso ed effeminato ma è anzi una storia virile, decisamente al maschile, che per questo a qualcuno ha ricordato I segreti di Brokeback Mountain di Annie Proulx. Ma, sarà l’ambientazione assai diversa, sarà il clima storico sociale dai ’70 in poi, come una quinta appena affrescata ma efficace lungo tutto il romanzo, le affinità di fermano davvero solo a quel maschio piglio narrativo. La sensazione è che il tema amoroso, alla fine, non sia altro che un modo come un altro per parlare della fragilità che ci riguarda tutti in quanto esseri umani, un po’ come intendeva Pavese quando scriveva: “Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualsiasi amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla”. La trama è semplice, un debole colpo di scena finale (che ha suscitato qualche perplessità) non aggiunge molto; eppure questo è un libro che resta dentro. Decisamente, il motivo è nella notevole abilità dell’autrice  nell’uso della lingua, arricchita spesso di termini inusuali ed evocativi (ad es. pienare), uno stile prezioso e ricco di figure retoriche (che invero infastidiscono alcuni): questa è decisamente la peculiarità della sua scrittura che, con pochissime slabbrature, si risolve spesso in una liricità tersa senza troppi fronzoli. Se a questo si associa una certa capacità di parlare di sentimenti senza pudori, senza pregiudizi, senza timore di sentirsi tacciare di “furbizia”, si capisce il successo di romanzi come Non ti muovere o, appunto, Splendore. Bene si dipana il percorso lungo, faticoso e aspro per conquistare la libertà di essere se stessi, quasi costantemente nella consapevolezza di essere degli sconfitti comunque (per colpa degli altri o solo della propria mancanza di coraggio), come un eroe greco che combatte fino alla fine, conoscendo benissimo il proprio triste destino, o come quel soldato acheo del mosaico distrutto da Guido bambino e ricostruito pazientemente da Costantino, che sarà una specie di leit motiv attraverso la storia. Frammenti di sé, contraddizioni umanissime -  diverse e così uguali a quelle di ciascuno di noi -  che entrambi cercano per una vita intera di  mettere a posto. Splendore è quindi accettare di combattere fino alla fine, per sé, per ciò che si è, accettandosi anche nelle proprie ombre (se di ombre pure si trattasse). Quale che sia la conclusione della storia.

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