Stazione undici

Una sera d’inverno a Toronto. All’Elgin Theatre è in corso il quarto atto del Re Lear di Shakespeare. Tre bambine corrono qua e là per la scena sotto una fitta nevicata di coriandoli di plastica traslucida mentre il re – interpretato da Arthur Leander – cerca invano di ghermirle. Il grande attore di prosa è al culmine della sua carriera, ha cinquantuno anni e dei fiori tra i capelli. Ma soprattutto ha i minuti contati, perché sta per avere un devastante infarto. Leander si appoggia a una colonna della scena visibilmente sofferente, pronuncia la battuta sbagliata con un filo di voce, si porta la mano al cuore “cullandolo come un uccellino dalle ali spezzate”. Uno spettatore si alza dalla prima fila: si chiama Jeevan Chaudhary, sta studiando per diventare paramedico ed è a teatro con la fidanzata Laura. Ha capito cosa sta succedendo e a grandi passi sale sul palcoscenico proprio mentre Leander stramazza al suolo. Jeevan inizia a praticare all’attore un massaggio cardiaco. Il sipario viene calato, ma la neve finta non smette di cadere. Jeevan procede in silenzio e dopo pochi minuti viene sostituito da Walter Jacobi, un cardiologo presente in sala. Poco lontano, una delle tre bambine assiste in silenzio all’agonia di Leander: si chiama Kirsten Raymonds. Arriva l’ambulanza, l’attore viene portato via. Jeevan cerca Laura, ma non la trova: è tornata a casa senza aspettarlo. Il giovane è amareggiato, vuole stare da solo per un po’ e vaga senza meta nell’Allan Gardens Park. Gli squilla il cellulare: no, non è Laura, è il suo amico Hua, medico del Toronto General Hospital. Vuole metterlo in guardia: sta succedendo qualcosa di molto brutto. Tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio di un aereo atterrato il giorno prima e proveniente da Mosca sono morti in poche ore di una terrificante influenza che infuria nella lontana Georgia: il contagio si è sparso, Hua consiglia di allontanarsi dalla città prima possibile… A venti anni di distanza da quella serata, il mondo è molto cambiato. L’influenza ha ucciso il 99% della popolazione, la civiltà tecnologica è collassata su se stessa, i pochi sopravvissuti vivono accampati presso distributori di benzina e hotel diroccati. Kirsten Raymonds è cresciuta e fa parte di una compagnia itinerante di attori e musici, la “Traveling Symphony”, che percorre i pochi villaggi della regione dei laghi Huron e Michigan e recita Shakespeare in cambio di cibo e oggetti. Il motto della “Traveling Symphony” stranamente però non è tratto da un dramma del Bardo, ma da un episodio della serie tv Star Trek: Voyager: “La sopravvivenza non è sufficiente”. Kirsten ama questa frase e se l’è fatta persino tatuare sul braccio. Ma c’è una cosa a cui è affezionata persino di più: sono i fumetti che quando era piccola le ha regalato Arthur Leander. Glieli aveva regalati l’autrice, una sua ex moglie di nome Miranda. Fumetti che raccontano le avventure degli abitanti di una stazione spaziale in cui gli uomini si sono rifugiati dopo che la Terra è stata invasa da alieni ostili, la Stazione Undici…

Esattamente a metà tra romanzo postapocalittico e narrativa mainstream elegante si colloca il quarto libro della efebica Emily St. John Mandel ‒ Arthur C. Clarke Award e Toronto Book Award nel 2015 ‒, una storia che rimbalza di continuo tra un futuro desolato e la Toronto upper class dei giorni nostri. Tutto ruota, a ben vedere, attorno alla figura di un attore teatrale, un “mattatore” di nome Arthur Leander: abbiamo (in ordine sparso) le sue ex mogli, un figlio, un amico, una ragazzina che ha recitato con lui, l’aspirante paramedico che cerca invano di salvargli la vita. La sua morte arriva proprio nei giorni in cui la devastante influenza Georgia giunge a bordo di un aereo nell’ignaro continente americano e inizia a falciarlo, quindi il lettore si trova davanti a un “prima Leander” e a un “dopo Leander”: da una parte amori, tradimenti, lavoro, ricchezza e fama in flashback, dall’altra nel presente fittizio del romanzo una povera vita nomade, sparute comunità che si stringono attorno al fuoco e cercano solo di sopravvivere. Il libro, abbastanza sorprendentemente, è costellato di piccoli riferimenti autobiografici (la St. John Mandel è cresciuta in una piccola isola sulla costa occidentale della British Columbia, in Canada, perfettamente identica alla Delano Island del romanzo, per esempio) e in una recente intervista la scrittrice ha confessato che il personaggio di Miranda è modellato su di lei. Abbastanza lontano stilisticamente e contenutisticamente da altri esempi di narrativa postapocalittica, Stazione Undici è una celebrazione del potere vivificante del teatro e della letteratura, una “lettera d’amore in forma di requiem” ‒ così l’ha definito la stessa St. John Mandel ‒ al mondo e all’umanità: qui non troverete insomma (con la significativa eccezione del sinistro Profeta, ovviamente) il solito approccio cupo, violento e “homo homini lupus” degli scrittori che hanno raccontato il crollo della civiltà, ma una visione ottimistica che è la forza e la debolezza del romanzo, forse un filino “sbiadito”. Un acquerello, intitolato #speranza.



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