Stella Polare

Fine anni ’80. La grande e arrugginita nave-fattoria sovietica “Stella Polare” segue i pescherecci americani dalla Siberia all’Alaska, raccogliendo il loro pescato e lavorandolo a bordo. Ogni giorno tonnellate di pesce finiscono nelle reti, vengono trascinate dai piccoli pescherecci e issate a bordo della “Stella Polare” con un ingegnoso sistema di cavi e riversati su nastri trasportatori, dove gli operai selezionano i pesci, li eviscerano, li sciacquano e li congelano. È una collaborazione commerciale preziosa per entrambe le due superpotenze, che hanno tutto l’interesse a far sì che nulla intralci la pesca. Così, quando da una rete assieme ai pesci e ai granchi vien fuori il cadavere di una giovane donna, la preoccupazione degli ufficiali sale alle stelle. La vittima è Zina Patiashvili, una inserviente della mensa di bordo: una ragazza come tante, carina, semplice e piena di vita per quanto sia possibile esserlo su una nave puzzolente e affollata. Il comandante Marchuk non ha mai affrontato un’emergenza del genere, ma sa che tra i suoi operai c’è un ex investigatore della polizia moscovita, un certo Arkady Renko, finito lì per la sua “inaffidabilità politica”. Al riluttante Renko vengono quindi affidate delle veloci indagini da svolgere a bordo, prima che la nave attracchi a un porto e l’assassino possa dileguarsi…

Gli anni successivi al successo planetario di Gorky Park non sono stati tutti rose e fuori per Martin Cruz Smith, soldi a parte: come partorire un sequel credibile abbastanza da non venire massacrato dai critici (il cui sport preferito è da sempre impallinare gli autori di bestseller) che lo attendevano al varco? Il canovaccio su cui aveva costruito la figura di Arkady Renko - il solitario, incorruttibile cane sciolto che resiste a un moloch burocratico e politico corrotto - non era più riproponibile. L’idea giusta è arrivata nel 1986, quando lo scrittore ha visitato sotto falso nome come cronista del “New York Times” una nave-fattoria sovietica nel Mare di Bering, scoprendo la strana realtà della joint venture ittica Usa-URSS, sconosciuta al grande pubblico. È in questo scenario originalissimo e claustrofobico che l’implacabile poliziotto moscovita torna alla ribalta dopo un doloroso esilio, ed è qui che Cruz Smith riesce a mettere in piedi un plot giallo forse persino migliore del precedente. Senz’altro meno ingenuo dal punto di vista politico.



 

 

 
 
 
 

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