Stephen è tornato tra noi

Stephen è tornato tra noi
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Stephen è confuso. È vivo. Per miracolo. Non sa bene né come né perché, ma può ancora aggiungere qualche pagina alla sua storia. Il problema è cosa scriverci, in quelle pagine. Deve infatti ritrovare i suoi ricordi. Sé e il suo mondo. Li ha perduti. Inspiegabilmente e all’improvviso. Ripercorre gli eventi. Uno per uno. Singolarmente. Tutti quelli che rammenta. Per cercare di capire. Di rendersi conto. Ma non ci riesce. La nebbia non si dissipa. Brancola nel buio più totale, come un investigatore che deve risolvere un delitto in un romanzo di quart’ordine. Inoltre, è dolorante. Parecchio. Ma anche in questo caso non sa bene come mai. Non sa più bene nulla, in verità. Sa di chiamarsi Stephen. Non fa altro che ripeterselo. Stephen. Stephen. Stephen. Stephen Hudson. Ha paura di dimenticarsi anche chi è. Sarebbe la fine, in quel caso. Ha quarantun anni. Questo lo sa. Come sa dove si trova. È ai piani alti di una clinica. Prestigiosa, lussuosa, confortevole. La sua stanza affaccia su una delle più belle piazze di Londra. È lì perché Otto Steele gli ha sparato. Nell’appartamento di Joanna Held. A Chelsea. Joanna è un’attrice famosa. Anche lui, da poco, è abbastanza noto. Otto Steele, poi, è un “big” dell’alta finanza. Si conoscono, evidentemente. In qualche modo le loro tre vite sono legate. Debbono esserlo. Ma tutti questi nomi, in parte persino il suo, in fondo al momento non gli dicono nulla…

Sappiamo tutto sin dalla prima riga. Ce lo racconta con un’asciuttezza fotografica Claude Houghton, che gli albori della fotografia si può dire che li abbia vissuti, essendo nato nel 1889, in piena epoca vittoriana. Inglese di Sevenoaks, nel Kent, scomparso nel 1961, sembra però scrivere dal futuro, non tanto per la sottigliezza psicologica (Freud è all’incirca suo contemporaneo) quanto per l’originalità con cui tratta temi classici come il gioco di potere morboso che può instaurarsi in un ristretto gruppo di persone. Mai verboso o pedante, usa immagini nitide, dettagliate, chiare, precise, una prosa chirurgica e profonda, una trama intensa, un ottimo – non esagerato – ritmo e tanti colpi di scena. Sembra cinema (à la Hitchcock, per giunta!), e in fondo anche la settima arte nasce più o meno insieme a Houghton. Sappiamo tutto, si diceva. Tranne il perché. Conosciamo i fatti, non le cause. C’è un uomo ricoverato per un colpo d’arma da fuoco. Ma ignoriamo il motivo. E quel che è peggio è che lo ignora anche lui. Quantomeno, non ricorda. Lo ha rimosso. Forse. Piano piano però riusciamo ad addentrarci, ad avere nuovi dettagli. Perché l’unica possibilità che ha Stephen è ricominciare daccapo, ricostruire un triangolo ambiguo, tutta la sua vita, tutti i passi che ha percorso. Fino all’ultimo. Almeno, quello che pare essere l’ultimo. Non un giallo, molto di più.



 

 

 

 
 
 
 

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