Stesso sangue

Bagni dell’Appennino, 1938. La ridente località di villeggiatura in una vallata a metà tra Firenze e Bologna è sconvolta da una terribile disgrazia. Romano, figlio ventenne di un influente gerarca fascista, il Federale di Bologna Adolfo Pareschi, viene ritrovato morto in un burrone sulle rive del fiume, ancora al volante della sua fiammante “Isotta Fraschini”, uscita di strada. Il ragazzo era un guascone pieno di donne e dalla scazzottata facile, ma era anche campione di rally e quindi che abbia perso il controllo dell’auto senza nemmeno essere ubriaco è tesi che non convince appieno. Il gerarca esige indagini approfondite e i vertici dei Carabinieri – malgrado le sue perplessità – affidano l’inchiesta a un novellino, lo scrupoloso maresciallo Bendetto Santovito, che si reca a Bagni dell’Appennino e qui si spaccia per un amico di Romano… Un uomo, un bianco di mezza età, giace a terra, spossato e spaventato, sulle rive di un fiume africano. È stato morso da un serpente velenoso. Per fortuna c’è accanto a lui il figlio: l’uomo lo prega di prendere la valigetta in cui conserva un kit di sieri anti-veleno. Intanto ripensa alle circostanze che lo hanno portato lì in Africa. Il suo nome è Stan Abott, per quasi trent’anni ha svolto l’attività di editore di “libri scritti da idioti che parlavano di idioti e venivano acquistati da idioti”. Gli affari andavano bene, tanto bene che una multinazionale gli ha fatto un’offerta eccellente per rilevare la casa editrice. Stan ha preso la palla al balzo: ha venduto tutto, ha divorziato, ha mollato moglie e figlio e si è trasferito a Tuli, in Botswana orientale, dove ha comprato un allevamento di serpenti velenosi. Il figlio Ken intanto cresceva tra droga, alcol, auto veloci e gioco d’azzardo. Ma ora il ragazzo deve una barca di soldi a gente poco raccomandabile. Ed è venuto a cercarli in Botswana, dal padre che non vede da anni…

L’unica cosa che hanno in comune questi quattro racconti lunghi è l‘importanza degli autori (che invece sono cinque), tutte firme di primo piano del panorama noir nazionale e internazionale. Malgrado gli equilibrismi dialettici della IV di copertina infatti c’è un abisso tematico e stilistico tra Questo incanto non costa niente di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini – godibile non solo perché è l’indagine d’esordio del maresciallo Santovito ma anche per l’impianto giallo e le atmosfere, nonostante alcune forzature storiche (il film La cena delle beffe di Alessandro Blasetti è del 1941, quindi nel 1938 nessuno avrebbe potuto citare la famosa battuta “E chi non beve con me, peste lo colga!”, l’infame Manifesto della razza è dell’agosto 1938 e solo a partire dall’autunno iniziò a far sentire i suoi nefasti effetti sulla società italiana) – e Coco Butternut, episodio in tono decisamente minore della serie di Hap e Leonard firmata da Joe R. Lansdale. Per non parlare dell’ultracinico hard-boiled in salsa africana di Jo Nesbø Siero, datato 1999 e basato tutto sul colpo di scena finale. Cosa in parte vera – ed è forse questo l’unico punto di contatto tra i quattro racconti – anche per Ti ho fatto male di Marcello Fois, che ci presenta il ritratto torbido e riuscito di un antieroe che nasconde uno spaventoso segreto, un commissario di polizia in permesso dopo il misterioso omicidio di sua moglie che chiede di essere reintegrato in servizio quando anche la moglie di un collega viene assassinata brutalmente. Si tratta di una sorta di serial killer o la verità è ancora più sconvolgente? La risposta arriva del tutto inattesa e sancisce almeno l’indubbia superiorità della metà italiana dell’antologia, nel complesso poco più che sufficiente.



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