Storia di Π

Storia di Π

Molto (ma molto) prima che, in Sicilia, Archimede (287 a. C. ca. ‒ 212 a.C.) teorizzasse il “tre e quattordici”, ossia il rapporto costante tra la circonferenza e il suo diametro, già i popoli della Mesopotamia avevano calcolato quel valore. In particolare i Babilonesi, che non solo erano arrivanti ad una quantificazione (3,125) sorprendentemente vicina a quella che il Siracusano avrebbe ottenuto alcuni millenni più tardi, ma avevano anche escogitato un vero e proprio metodo di calcolo, che consisteva nell’inscrivere un poligono in un cerchio. Essendo stata, quella inaugurata dagli abitanti della Mezzaluna Fertile, una civiltà essenzialmente urbana, in cui operavano figure professionali come mercanti, geometri, ingegneri e agenti delle tasse, non stupisce la loro familiarità con la matematica e la geometria. Ciò che invece stupisce è il fatto che, a partire da quei popoli e passando attraverso le intuizioni di Archimede, le contaminazioni con la cultura indiana e quella cinese, il contributo di Fibonacci, gli studi di François Viète e la risolutezza di Eulero, la costante π abbia costantemente accompagnato gli uomini di ogni epoca e latitudine. E stuzzicato la mente di matematici, fisici, artisti, e persino di avvocati e di poeti. Oggi la sfida è affidata ai computer, ma la partita è ancora lontana dall’essere chiusa…

Questa è la storia di un’omonimia. Un’omonimia decisamente particolare, dato che non è tra due persone, ma tra una persona e un numero. Tra Pietro Greco, da tutti, da sempre e per comodità chiamato P. Greco; e il “tre e quattordici” che, tante lezioni di geometria fa, ci hanno insegnato a contrassegnare con la lettera π dell’alfabeto greco. I due si sono incontrati alle scuole elementari e da allora non si sono più lasciati. Pietro Greco, infatti, ha iniziato sin da giovanissimo ad interessarsi a quel numero, ad interrogarsi sulla sua origine e sugli sviluppi di quel valore a cui viene associato ogni volta che il proprio cognome è preceduto dal nome puntato. Il risultato è questo agile ma densissimo volume, che inizia con la consapevolezza dei Babilonesi dell’esistenza di un rapporto costante tra circonferenza e diametro, per arrivare all’era dei computer, dove l’obiettivo non è più svelare la reale natura del numero ‒ ora sappiamo che π è un numero irrazionale, ovvero un decimale illimitato non periodico ‒ ma trovarne il maggior numero di decimali (nel 2010 sono stati calcolati i primi 2 milioni di miliardi). È innegabile che un’opera del genere sia più adatta a lettori vicini al mondo della matematica e/o delle scienze. Tuttavia, anche chi vi si accosta armato solo della preparazione scolastica può cogliere senza difficoltà il ragionamento dell’autore e stupirsi, con lui, della storia lunghissima e trasversale di questo numero talmente parte del nostro pensare, da essersi meritato recentemente una festa a lui dedicata: il π day.



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